Ciao Carla

Ciao Carla

anche quest’anno abbiamo mantenuto la promessa

Siamo scesi in piazza a migliaia, forse in un numero così imponente come mai prima di oggi

Abbiamo tappezzato la città con manifesti e scritte con il nome di Valerio per settimane

Molti di questi i fascisti ce li hanno strappati, ma noi abbiamo strappato i loro.

Senza paura ma con tanta rabbia.

Con te nel cuore.

Come dei ragazzini che giocano alla guerra?

Forse, ma non me ne frega gniente di quello che direbbero pennivendoli e politicanti.

Siamo scesi in piazza per chiedere con forza e determinazione la liberazione di Chiara, Claudio, Mattia, Niccolò. Accusati di terrorismo, come lo fu il tuo Valerio, 35 anni fa.

Siamo scesi in piazza anche per loro, lo avrebbe fatto anche Valerio, ne sono sicuro.

Noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo

Non lo hai fatto tu, non possiamo farlo noi.

C’erano un sacco di compagne e compagni lo scorso sabato al Tufello. E a Val Melaina e a Montesacro.

Abbiamo fatto il percorso lungo. Quello del trentennale, solo che stavolta siamo tornati in via Montebianco invece che fermarci a piazza Sempione.

Com’è giusto che sia, secondo il mio modesto parere.

Com’è giusto che sia, secondo il cuore e la rabbia, non secondo la testa.

Ti sarebbe piaciuto un sacco quel corteo, Carla.

C’erano bandiere rosse e bambini.

C’era tamburi e fumogeni, c’erano tre generazioni di compagne e compagni.

C’eri tu con noi, in ogni passo, in ogni slogan.

Valerio vive, la rivolta continua.

Ciao Carla, ci manchi un sacco

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28 Febbraio 1978: l’assassinio di Roberto Scialabba. Non dimentichiamo, non perdoniamo

Il 28 febbraio 1978 i fascisti dei NAR assassinano Roberto Scialabba, militante comunista.

 

Un mese e mezzo dopo la strage di Acca Larentia un gruppo di neofascisti si presenta a Cinecittà alla caccia dei compagni.

 

Sono i fratelli Fioravanti, Anselmi, Alibrandi, Pedretti, Rodolfo, Bianco e Cordaro. Si incontrano al bar del Fungo, quartiere Eur, noto ritrovo dei fascisti. È anche la notte in cui ricorre l’anniversario della morte di Mikis Mantakas, avvenuta il 28 febbraio del 1975. Il gruppo dei NAR si è procurato nuove armi nel pomeriggio ed è determinato a vendicare i quattro morti neofascisti con un’unica azione esemplare: colpire le case occupate di Via Calpurnio Fiamma dove, secondo quanto riferito a Valerio Fioravanti da Dario Pedretti, sono partiti gli autori della strage di Acca Larentia1.

 

“Uscito dal carcere, Dario Pedretti mi dice: «Dentro mi hanno dato una dritta. Dicono che a sparare ad Acca Larenzia sono stati i compagni del centro sociale di via Calpurnio Fiamma»2.

 

L’occupazione di Via Calpurnio Fiamma era già stata sede di un attentato il 27 gennaio, venti giorni dopo la strage di Acca Larentia, quando un ordigno esplosivo ne aveva distrutto il portone.
Quando il gruppo dei NAR arriva in Via Calpurnio Fiamma scopre che l’occupazione era stata già da qualche mese sgomberata e sigillata dalla Polizia. Per questo decide di ripiegare su Piazza Don Bosco, notoriamente frequentata da militanti e simpatizzanti di sinistra. Qui si ferma perché vede un gruppo di ragazzi «vestiti da compagni», così parcheggiano l’Anglia Ford della madre dei fratelli Fioravanti e la 127 di colore bianco di Rodolfo, lontano dalla piazza, mentre la Fiat 132 di Cordaro viene parcheggiata nei giardinetti adiacenti alla piazza con la targa coperta. Cristiano Fioravanti spara alcuni colpi contro Nicola Scialabba, ferendolo gravemente, mentre Valerio Fioravanti spara contro Roberto Scialabba, ferendolo e atterrandolo, e poi si siede a cavalcioni sopra di lui e gli spara il colpo mortale in testa.
Anche nelle parole scritte dal missino Nicola Rao trasuda la vigliaccheria e l’infamia di questo omicidio:

 

“Verso le 21.30 un convoglio di tre macchine lascia il Fungo: direzione sud-est. Le auto sono la solita Ford Anglia di proprietà della madre dei Fioravanti, la 127 bianca di Massimo Rodolfo e la Fiat 132 color oro che Paolo Cordaro ha preso al padre, a sua insaputa. Arrivati davanti al centro occupato di via Calpurnio Fiamma, i giustizieri neri scoprono che la polizia l’ha sgomberato. Ma ormai la macchina della vendetta è partita e non si può fermare. Così, cominciano a girare per le vie del quartiere e arrivano a piazza Don Bosco. Al centro dello spiazzo ci sono cinque o sei ragazzi con un look inequivocabilmente da “zecche”. Valerio dice: «Vendichiamoci su di loro». L’Anglia e la 127 vengono parcheggiate a un chilometro di distanza, con Cordaro, Pedretti e Rodolfo di guardia, mentre Valerio, Cristiano, Anselmi e Alibrandi salgono tutti sulla 132 guidata da Bianco. Arrivati nei pressi della piazza, Bianco e Alibrandi aspettano in macchina, i fratelli Fioravanti e Anselmi scendono, corrono incontro ai compagni e comincia il tiro al piccione. Anselmi ferisce Roberto Scialabba, contro il quale spara due colpi anche Valerio. Il compagno cade a terra, Valerio lo tiene fermo con un piede e lo finisce, mentre Cristiano colpisce due volte un altro compagno: Nicola Scialabba, fratello di Roberto. Sono le 23.15 del 28 Febbraio 1978. Poco dopo le solite telefonate di rivendicazione ai giornali. Compare per la prima volta una nuova sigla. Dice un fascista al centralino:

 

Onore ai camerati assassinati. Vendicheremo i camerati assassinati in via Acca Larenzia. Sangue chiama sangue… Nuclei Armati Rivoluzionari3.

 

In realtà la prima telefonata di rivendicazione all’Ansa, dagli atti giudiziari risulta essere, a nome della Gioventù nazional-rivoluzionaria e non NAR .

 

Francesco Bianco, fascista dei Nar, recentemente venuto alla ribalta per la squallida vicenda delle assunzioni farsa all’Atac e per gli insulti agli studenti del movimento dell’Onda e alla comunità ebraica, dichiarò a Rao che:

 

“Io guidavo una delle auto. Valerio ci portò in via Calpurnio Fiamma. Era una casa occupata, ma quando arrivammo era vuota, i compagni l’avevano abbandonata. Allora cominciammo a girare per il quartiere. La macchina era di uno che stava con noi e l’aveva presa al padre a sua insaputa. Così cercai di coprire la targa con un foglio di giornale. Ma in realtà ‘sto foglio svolazzava, quindi i numeri si leggevano bene. Per fortuna era buio. Parcheggiai a un centinaio di metri da un gruppo di ragazzi, seduti su una panchina. Gli altri sono scesi, si sono avvicinati e hanno cominciato a sparare. Mi ricordo che a Franco si inceppò una pistola, così tornò di corsa alla macchina, io gli diedi la mia, lui tornò là e riprese a sparare…”4.

 

Inizialmente la Polizia segue incredibilmente la pista della droga, così come farà anche per la vicenda di Fausto e Iaio, e le indagini restano ferme a questa ipotesi per anni, nonostante il fratello e i compagni di Roberto Scialabba avessero da subito indicato nei fascisti la matrice assassina. Nonostante Lotta Continua fin da subito inizierà a pubblicare articoli e lettere in cui si evidenzia chiaramente la matrice fascista.

 

La verità verrà fuori solo in seguito alla confessione di Cristiano Fioravanti al Giudice Istruttore del 12 marzo 1982, confermata dalle dichiarazioni dei suoi camerati dei NAR, Walter Sordi e Stefano Soderini, ma anche da quelle dello stesso Valerio Fioravanti, in seguito alla chiamata in correo dei suoi complici.

 

A seguito delle dichiarazioni degli ex-NAR, perfino la Corte d’Assise riconoscerà che è stata seguita per anni una pista completamente sbagliata:
“La Polizia brancolava nel buio perché riteneva che a commettere il delitto fossero stati alcuni drogati. Avevano visto giusto, invece, i comunisti del quartiere, insistendo sulla matrice fascista del crimine”5.
La fuorviante pista della droga viene seguita dagli inquirenti nonostante l’assassinio fosse stato rivendicato dalla sigla Gioventù Nazional Rivoluzionaria all’ANSA e a diverse redazioni di quotidiani.

 

Perché la Polizia non indagò subito verso la pista neofascista?

 

Perché l’omicidio non fu rivendicato dalla sigla NAR ma da altre, sigle per così dire semisconosciute?

 

Quello che si può dire, in merito a quest’ultimo interrogativo, è che l’uso di sigle diverse è una pratica che i NAR hanno adottato per diversi omicidi al fine di depistare le indagini.

 

Un caso esemplare è quello dell’omicidio dell’agente di Polizia Maurizio Arnesano, avvenuto nel 1980 per mano di Valerio Fioravanti e Giorgio Vale. L’omicidio fu due volte rivendicato a
nome di Prima Linea, un espediente che, a detta dello stesso Valerio Fioravanti, serviva a confondere gli inquirenti e ad alimentare l’odio contro le organizzazioni armate di sinistra6.

 

Avvenne anche per l’omicidio di Valerio Verbano, la cui prima rivendicazione, a nome del Gruppo Proletario Organizzato Armato, accusava Valerio di essere un delatore al fine di depistare le indagini7.

 

 

Lotta continua del 3 marzo del 1978 riporta le parole dei compagni di Cinecittà:

 

“Roberto era uno dei tanti giovani proletari che vivono nel quartiere ghetto di Cinecittà. Ultimamente non era mai mancato a tutte le manifestazioni indette dal movimento, per i compagni uccisi e contro il confino. Frequentava non assiduamente piazza Don Bosco. Dove si recava per salutare gli amici e farsi uno spinello in compagnia. Il suo passato è quello di molti giovani proletari, con tutte le sue contraddizioni. Come tanti anche lui era stato imprigionato nelle carceri di Stato per furto, uscito dal carcere si è ritrovato assieme ai compagni della sezione di Lotta continua, vivendone tutte le crisi e le gioie sino al suo scioglimento. Rimasto nel movimento aveva partecipato all’occupazione dello stabile di via Calpurnio Fiamma. Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro l’emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E’ caduto da partigiano sotto il fuoco fascista e non permettiamo a nessuno di infangare il nome, la vita, la militanza di Roberto con accuse infamanti che tendono a criminalizzare la lotta di classe”8

 

 

 

Venerdi 28 Febbraio bandiere rosse al vento, uccidono un compagno ne nascono altri cento!

 

 

Roberto Scialabba: ucciso dai fascisti, dal 1978 non dimentichiamo e non perdoniamo.

VENERDI’ 28 FEBBRAIO 2014

ORE 15.00 La memoria non si cancella, un murales per Roberto (via Calpurnio Fiamma 136)

ORE 16.30 CORTEO DI QUARTIERE (partenza da via Calpurnio Fiamma 136)

ORE 17.00 Un fiore per Roberto (P.zza Don Bosco)

 

 

1Cfr, Marco Capoccetti Boccia, Valerio Verbano una ferita ancora aperta, Castelvecchi, Roma, 2011, pag. 100

 

2Cfr. Nicola Rao, Il Piombo e la celtica, Sperling e Kupfer, Milano, 2009, pag. 160

 

3Cfr. Nicola Rao, Il Piombo e la celtica, Sperling e Kupfer, Milano, 2009, pag. 161

 

4Cfr. Nicola Rao, Il Piombo e la celtica, Sperling e Kupfer, Milano, 2009, pag. 162

 

5Archivio del Giudice Istruttore, Tribunale di Roma, fasc. 589/80A , Proc. Pen. n. 4/83 contro Fioravanti Valerio e Cristiano, Pedretti, Rodolfo, p. 22.

 

6Cfr. Nicola Rao, Il Piombo e la celtica, Sperling e Kupfer, Milano, 2009, pp. 253-255

 

7Cfr. Marco Capoccetti Boccia, Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta, Castelvecchi, Roma, 2011, pp. 234-235

 

8Lotta continua, L’assassinio di Roberto è un delitto politico, 3 marzo 1978

 

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Perché scendere in piazza il 22 Febbraio?

Perché scendere ancora in piazza il 22 Febbraio?

 

 

No, non è una domanda retorica.

 

E’ una domanda che mi sto ponendo spesso in questi giorni, soprattutto per cercare di spiegare a chi è stanco, a chi non ha quasi mai partecipato al corteo del 22 febbraio, a chi verrà per la prima volta, i motivi, le ragioni, per cui vale la pena, anzi no, è necessario, scendere in piazza, ancora una volta, il 22 Febbraio.

 

 

Sono ormai passati 34 anni da quel 22 febbraio del 1980, dal corteo che attraversò le strade di Val Melaina e del Tufello, le stesse che attraverseremo sabato prossimo.

 

Sono passati 34 anni da quel triste e arrabbiato corteo che attraversò le strade di Roma a poche ore dall’infame assassinio di Valerio Verbano.

 

 

34 anni fa quando si diffuse la notizia che spararono a Valerio, immediatamente accorsero in Via Monte Bianco decine di persone, tanti amici e compagni. Gli studenti dell’Archimede si riunirono davanti ai cancelli della scuola, si formarono capannelli silenziosi e rotti dalle lacrime e altri, più rumorosi, formati da persone che iniziarono a fare scritte sui muri e preparare striscioni per la manifestazione immediatamente autoconvocata in Piazzale degli Euganei, nel centro del quartiere Tufello.                                                                                      Molti altri si riunirono davanti alle sedi politiche del quartiere e preparano anche qui manifesti e striscioni con sopra scritto UCCISO DAI FASCISTI IL COMPAGNO VALERIO VERBANO. NON BASTERANNO CENTO CAROGNE NERE PER VENDICARLO che vengono appesi sui muri del quartiere. I compagni e le compagne di Valerio indicarono immediatamente la matrice fascista come unica possibile.                                                               La sera prima, nel quartiere di Cinecittà, un commando neofascista aveva ferito con un colpo di pistola alla testa un militante dell’organizzazione Lotta Continua per il comunismo, così come rivendicato poi dagli stessi NAR nel comunicato numero due, quello del martello di Thor, quello della “pistola lasciata nell’appartamento” come scrissero beffardamente.                                                                                                                                           Alle cinque del pomeriggio un corteo di centinaia di studenti partì dal liceo Archimede, al Nuovo Salario, e arriva a Piazzale degli Euganei. Ad attenderli c’erano migliaia di persone. Le radio del Movimento avevano dato subito la notizia dell’assassinio per mano fascista di un compagno, e invitato tutti i militanti di sinistra a recarsi presso il Tufello per un’immediata mobilitazione. La Polizia giunse in gran forze e vieta lo svolgere della manifestazione, puntando decine di fucili con i lacrimogeni contro i manifestanti. Solo la decisione di autorizzare la manifestazione all’ultimo momento evitò gli scontri di piazza.

 

 

Gli scontri ci furono il giorno dopo, fuori dall’università, con l’assalto alla sede del Msi di via Pavia, ci saranno il pomeriggio a Prati dove un compagno viene ferito da un carabiniere.

 

Gli scontri ci furono il 25 febbraio, giorno del compleanno e del funerale di Valerio.

 

Quel giorno gli agenti del commissariato di San Lorenzo spararono perfino dalle finestre del loro infame “posto di lavoro” contro i diecimila compagni venuti a dare l’ultimo saluto a Valerio.

 

 

Il 22 ottobre a 8 mesi dal suo infame assassinio, veniva messa la lapide in ricordo di Valerio Verbano in via Monte Bianco. La lapide ove ogni 22 febbraio ci ritroviamo per ricordare Valerio, La lapide più volte imbrattata, distrutta, da quegli stessi fascisti che parlano di rispetto per i morti…
La lapide rossa, protetta da due bandiere rosse ai lati.

 

Anche quel giorno la Questura vieta ogni manifestazione ma gruppi di compagni si autoconvocano e attaccano in diversi punti della città le sedi della Democrazia Cristiana, del Msi, le forze dell’ordine.
Una settimana esatta dopo la sistemazione della lapide, viene recapitata a Sardo una missiva anonima di minacce e la lapide viene imbrattata. Non è il primo né sarà l’ultimo sfregio che verrà compiuto ai danni della lapide.

 

 

Per i primi anni ’80, ci sarà divieto di manifestare oltre Via Montebianco e causa anche la debolezza del Movimento saranno poche le iniziative di lotta per ricordare Valerio ma ogni anno, per oltre dieci anni si farà sempre l’assemblea cittadina degli studenti medi al Liceo Archimede e la mobilitazione sotto la lapide fino a quando a metà anni ’80 verranno nuovamente autorizzati i cortei per le strade del quartiere.

 

Poi vennero gli anni 90 anni difficili per alcuni versi, che si aprirono con il grande corteo del decennale, quando una nuova generazione di militanti, cresciuti nel Movimento della Pantera, partecipa al corteo.

 

A cui seguirono cortei anche tesi, con fascisti e fascistelli che si affacciavano ai lati degli stessi cortei per provocare, insultare, forti della rinascita delle organizzazioni, delle idee e pratiche razziste e fasciste perfino nei quartieri proletari. Erano gli anni della crescita del Msi prima e di Alleanza Nazionale poi, dei naziskin, di Movimento politico e Meridiano Zero.

 

A volte, anche in pochi siamo scesi in piazza per ricordare sempre e comunque Valerio, la sua lotta, il suo antifascismo…

 

 

E poi gli anni delle parole di Carla, forti e vibranti, che hanno fatto venire in piazza anche chi non c’era mai stato. Gli anni dell’occupazione della Palestra Popolare intitolata a Valerio, nel cuore del Tufello, gli anni dei cortei di massa, come mai lo erano stati prima, gli anni in cui vecchie e nuove generazioni si sono ritrovate a migliaia e migliaia in Via Montebianco.

 

 

Oggi scendere in piazza, ripercorrere per l’ennesima volta le strade di Val Melaina, del Tufello, di Montesacro ha un senso ancora forte, ne sono sicuro.

 

Ha il senso della nostra storia, una storia piccola all’interno di una molto più grande. Ha il senso della memoria, di quella memoria di parte, faziosa, che i fascisti e lo stato hanno cercato di distruggere, silenziare, annichilire, senza riuscirci affatto.

 

Le persone che partecipano al corteo del 22 Febbraio aumentano, non diminuiscono…

 

 

Qualcuno dice che senza Carla la manifestazione ormai rischia di perdere di senso.

 

E perché mai?

 

Si scendeva in piazza prima, anche quando, come Carla raccontava spesso, nessuno la intervistava e dava risalto alle sue parole, si scende in piazza oggi, quando le sue parole sono scolpite nelle coscienze di tutte\i noi

 

L’assenza di Carla non può che dare la forza a che le ha voluto bene di continuare la lotta, per non tradire una promessa.

 

 

Quest’anno poi ci sono mille motivi in più per cui è giusto e necessario scendere in piazza.

 

Quest’anno il 22 Febbraio è la giornata di mobilitazione nazionale NO TAV in solidarietà per Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò da quasi 3 mesi in isolamento nelle prigioni della Repubblica antifascista nata dalla Resistenza.

 

Come lo fu Valerio Verbano, antifascista militante.

 

 

Valerio scenderebbe in piazza per loro.

 

 

 

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Fight Club a Ostia…

A Ostia i compagni sono ormai ridotti al minimo, accerchiati dalla vecchia e rinata Banda e dai fascisti più zozzi della città, quelli dei cani e delle stragi.

Gli ultimi ribelli del Lido si sono concentrati nella vecchia nuova Ostia, a piazza Gasparri, dove, fra una palestra sgangherata e qualche serranda ancora aperta sotto le vecchie case occupate, riescono ancora a riunirsi e difendersi.

Prima della fine devo proprio fare un salto da questi giovani compagni, che ancora resistono. Puliti.

Fra l’altro sono gli unici che continuano con questa cazzo di storia del Fight Club…

Proprio non capisco come cazzo gli vada di continuare ‘sta storia del Fight Club.

O forse sì, lo capisco benissimo, ma non voglio ripercorrere quella strada. Non voglio appoggiargliela pubblicamente, sul serio…

Sono stati abbandonati dai vecchi compagni e allora si son giocati il tutto per tutto, e fino a oggi gli dice bene. Resistono appena, ma resistono.

Come i partigiani in quel maledetto autunno di quel cazzo del 1944.

Organizzano incontri in piena notte, proprio come vuole l’antica tradizione, scommettono soldi e armi per difendere il loro piccolo territorio, rendendolo invalicabile.

Jimmy, con quella faccia da schiaffi che s’aritrova, si trova spesso al centro del Fight Club di Piazza Gasparri. Vengono da tutta Ostia e dintorni per sfidarlo, per batterlo, per vincere la sua cinta dei vecchi 501 e abbattere così l’ultimo muro a difesa della libera repubblica marinara di Ostia.

Una di queste sere voglio proprio andare a vederlo combattere, di nuovo, per l’ultima volta…

Prossimamente in “Guerra fra bande” di Marco Capoccetti Boccia

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“Valerio…non un nome su una via ma su tutte le piazze e su tutte le vie”

Venerdì 21 Febbraio alle ore 19 La Libreria Antigone organizza una serata in memoria di Valerio Verbano, militante comunista assassinato dai fascisti il 22 febbraio 1980.

Parole, letture, proiezioni di foto e filmati per ricordare Valerio, a 34 anni dal suo assassinio, in vista del corteo cittadino del 22 Febbraio che quest’anno coincide con la giornata di mobilitazione NO TAV in solidarietà a Chiara, Claudio, Nicco, Mattia detenut@ da oltre un mese con l’infamante accusa di terrorismo nelle prigioni di stato.

Qui di seguito il comunicato cittadino per il corteo del 22 febbraio

22.02.1980 – 22-02-2014

Valerio vive, la rivolta continua!

Il nome di Valerio Verbano, trentaquattro anni dopo il suo assassinio, continua a suscitare emozione.
Dire che Valerio vive nelle lotte giorno dopo giorno non è retorica, è davvero così, a Roma e non solo. La storia di Valerio continua essere un’arma in più per cambiare l’esistente, per resistere alla crisi, a partire da un’idea di antifascismo fatto di pratiche sociali e culturali, progetti di autoformazione e di sport popolare, ma allo stesso tempo capace in questi anni di confrontarsi senza paura nelle strade con i rigurgiti delle organizzazioni neofasciste.

Siamo andati in questi anni su e giù per l’Italia a raccontare la sua storia, spesso con Carla, e ogni volta l’abbiamo ritrovato, risentito il nome di Valerio in ogni manifestazione antifascista, nelle battaglie antirazziste e antisessite, nelle scuole e nelle università occupate, in ogni spazio liberato, su ogni barricata.

Anche quest’anno abbiamo deciso di ricordare Valerio con un corteo che sarà anche un momento di lotta, senza liturgie o celebrazioni, per tenere uniti i fili rossi del conflitto. In piazza ci saranno in prima fila gli studenti e le studentesse, poi le lotte che stanno attraversando la città di Roma in questi mesi, le realtà dello sport popolare e dell’autogestione. Sul camion saranno con compagni di strada e artisti tra cui i 99 Posse e gli Assalti Frontali.

La manifestazione coinciderà con la giornata nazionale di mobilitazione dislocata lanciata dalla Val Susa contro il Tav, in difesa dei territori e per chiedere la liberazione dei quattro attivisti detenuti con l’accusa di terrorismo. Una lotta e un appello che non possiamo non fare nostro facendolo vivere dentro la manifestazione romana.

Saremo in strada con Carla nel cuore perché la sua assenza, dopo anni di battaglie fianco a fianco, di discussioni e di abbracci, è un vuoto che ancora non riusciamo a colmare.

le compagne e i compagni di Valerio

22 febbraio 2014
via Monte Bianco

ore 16,00 un fiore per Carla e Valerio
ore 17,00 corteo

 

Valerio 2014

Qui il link alla mostra dei manifesti dedicati a Valerio Verbano in oltre 30 anni di memoria e lotta

http://ramingo.noblogs.org/valerio-non-un-nome-su-una-via-ma-su-tutte-le-piazze-e-su-tutte-le-vie/

 

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Marco Capoccetti Boccia debbutta ar cinema!

Giovedi 3 Ottobre nell’ambito del film festival “Fuori raccordo” verrà proiettato il documentario di 12 giovani registi indipendenti “Sotto l’argine” (girato a Magliana) a cura degli studenti e delle studentesse della scuola provinciale di cinema Gian Maria Volonté. All’interno di questo documentario (sembra ‘na scatola cinese, lo so) c’è il documentario (10 minuti) “Swit Om Majana” a cura dell’amico e compagno di lotte Bruno Pace con protagonista il sottoscritto.

Oh, io il documentario “Sotto l’argine” non l’ho visto…

Speriamo sia bello, speriamo non vi siano fregature (io comunque ho fatto tutto tutto tutto a gratisse per aiutare un amico) ma in caso contrario non vi lamentate con me :-)

Qui il programma:

http://www.fuoriraccordo.it/programma-6ed/giovedi-3-ottobre-2013

La presenza degli istituzionali non c’entra nulla, come sempre, e l’ho saputa a giochi fatti: d’altronde la scuola Gian Maria Volonté è della Provincia. Tanto non credo che ce daranno soldi, premi e cose del genere. Speriamo almeno ci sia Guinness a volontà…

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Martedi 2 Luglio ore 17 Intervista a “Il Becco del Tucano”

Martedi 2 Luglio dalle ore 17 alle ore 18

Non perdete la puntata di oggi de “Il Becco del Tucano” in cui sarò intervistato per parlare del mio libro “Scontri di Piazza. Autonomi senza autonomia”.

La trasmissione è inserita nel ciclo di “Letteratura e Conflitto” 

Il becco del Tucano” è una trasmissione radiofonica dedicata agli approfondimenti su tutto quel mondo sommerso della cultura dal basso e di quella socialità impegnata che non ha intenzione di lasciare le proprie radici underground, ed anzi da quelle vuole ripartire per poter tracciare le coordinate culturali di quella che una volta potevano essere definite “classi subalterne” che sono sotto attacco da parte della cultura ufficiale e si ritrovano smarrite. L’obiettivo, ambizioso, del programma è dare il giusto risalto a chiunque si cimenti nella produzione critica di saperi ed inserirlo all’interno di una tradizione antagonista che non si limiti agli slogan, ma cerchi di cambiare la realtà. Nelle puntate ci sarà quindi lo spazio per chiunque rientri in questo target: street artist, scrittori scomodi, case editrici ed etichette musicali indipendenti, i centri sociali piu’ coscienti, i gruppi musicali meno intaccati dalla commercializzazione, i movimenti animalisti, quelli per la difesa del territorio e molti altri soggetti ancora. Il programma va in onda il Martedi’ alle 16.30 sulla web radio www.radiopopolarecatanzaro.it ed è condotto da Giuseppe Ranieri

Questo e molto altro alle 17 su www.radiopopolarecatanzaro.it

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Carletto gancio d’oro di Bruno Ikcs

Zozzino lo stura lavandino. Freschetta la super saponetta. Puzzaped la tua soletta anatomica.

Stordito dal caldo e da grammature interessanti di verdure miste vago tra gli scaffali reparto casa di un supermercato sulla Portuense. 

In realtà non devo comprare niente. Non sopporto l’aria condizionata.

L’avventura a piedi sulla salita di Affogalasino mista al caldo mi ha tolto però le forze.

Cerco nel fottio di BTU erogati dalle macchine del freddo il meritato refrigerio.

Avevo superato bagnoschiuma e scopettoni poi giù verso gli alimentari vedo un parapiglia.

 Una ragazza con fare arrogante spintona un anziano.

 Lui si divincola .

Con una testata colpisce la ragazza che con voce tra l’incredulo e il terrorizzato urla :

“Oddio. Flavio Sandro aiutooooooo!  Stanno a rubbà aiutooooo!”

Poi si guarda la divisa del supermarket  sporca di sangue che gli cola con un rigagnolo dal naso.

Forse è rotto.

Si mette una mano sotto le narici poi la guarda.

Si è proprio sangue e come se qualcuno l’avesse spenta sviene.

L’anziano si butta sotto uno scaffale.

Non per nascondersi  sarebbe da stupidi.

Mi avvicino cerco di capire.

I tanto agognati Flavio e Sandro arrivano.

Lui emerge da sotto lo scaffale e facendola scivolare sul pavimento liscio e lucido mi tira una cosa rossa  striata di bianco che sembra  una spuntatura di maiale.

“ Prennila te prego. Senza ‘n posso vive.”

 Metto in tasca il pezzo di carne che carne non è.

 E’ viscida e fredda. E’ una dentiera.

“ In guardia buffoni “ ringhia lo sdentato.

“ So ancora er mejio gancio de Trestevere!”

Effetivamente prima il tanto agognato Flavio poi il tanto agognato Sandro cadono giù con due ganci incredibili.

Da fermo. Con una posizione del busto che ricorda molto quella di Marvin Hagler o del primo Mike Tyson. Quello che parlava con i piccioni e picchiava la moglie. Si dice influenzato dai piccioni.

 Comunque i due vanno giù che è una bellezza .

 Knock out pulito. Senza discussioni.

 Il bello è che li colpisce una sola volta.

 Prima destro poi sinistro.

 Una serie favolosa.

 Stile e tecnica .

Rimango senza parole stringendo quella cosa viscida che ho in tasca.

 Nel frattempo arriva un guardione della sicurezza che lo placca in stile rugbistico.

 Il  tipo in divisa è un bell’armadietto ma stranamente non si comporta male. Anzi lo allontana cercando di    tappargli la bocca con aria preoccupata mentre lui urla intrepido:

“ So Carletto Gancio D’oro ho messo a terra Monzon io. Che cazzo vonno sti du nanetti .”

 Riferendosi ai tanto agognati Flavio e Sandro che senza alcuna vergogna rimangono a terra forse per paura di un’altra ripresa.

Hanno chiamato la Polizia.

Scende dalla volante un graduato. Entra con tutta calma nel Supermarket. L’altro aspetta fuori con il motore acceso.

“ Chi fa l’antitaccheggio qui? “ domanda agli inservienti.

Gli risponde il tanto agognato Flavio che nel frattempo s’è alzato da terra mentre l’altro è ancora seduto con le spalle poggiate allo scaffale.

 “Qui non c’è nessuno che fa questa cosa. Siamo noi che ci lavoriamo… Nei limiti del possibile cerchiamo di farlo.. .Poi c’è la vigilanza privata che interviene solo in casi come questo “ e lo dice smascellando come un sedicenne al primo rave. 

“ Va bene allora chiamatemi la vigilanza privata. Dov’è il ladro?”

Dopo un pò di trambusto arriva il guardione ha la divisa strappata e qualche escoriazione sul viso.

 Arriva a mani vuote. Il ladro non c’è.  Il poliziotto perde le staffe.

“Lei mi deve spiegare come ha fatto a farsi sfuggire quel ladro…Gli inservienti  dicono che era un anziano e lei mi sembra ben piazzato e presuppongo addestrato…..”

“Vede “ gli risponde il guardione.

 “Il signore anziano ha dimostrato una certa forza .”

“Ha steso quei due in pochi secondi. Io sono riuscito a fermarlo. Quando ho mollato un pò la presa per immobilizzarlo meglio mi ha colpito forte e sono caduto.”

“Poi si è dileguato in strada e l’ho perso.” 

“Insomma tra le altre cose questo vecchio correva piuttosto velocemente?”

Ribatte il poliziotto con un insospettabile tono ironico.

Il graduato non sembra troppo convinto della spiegazione.

Intanto io mi defilo sempre con la cosa viscida in tasca.

Non voglio essere coinvolto.

Stò dalla parte dell’anziano questo è certo.

Poi è uscito fuori che aveva rubato un fissativo per dentiere e che la tipa del supermarket avvertita da un cliente ( aggiungo di merda.. non poteva farsi gli affari suoi?) lo aveva seguito e tentato di perquisire. Neanche fosse lei una guardia. Neanche fosse suo il supermercato.

 Comunque inizio a  guadagnare l’uscita .Il guardione supera il capannello di gente che si è formato al reparto alimentari.

Si avvicina a me.

“Carletto dice che tu hai la sua dentiera. Resta  calmo l’ho fatto scappare io. Due ore e stacco. Per cortesia fatti trovare al bar all’angolo. Non ti preoccupare a tutto c’è una spiegazione…”

Annuisco come a dire si. Non faccio domande.

 Le due ore le passo a gironzolare per i Colli Portuensi  con tutta la fighetteria di ordinanza che guarda le vetrine dei negozi ma non compra niente.

 Penso che per assurdo muove più l’economia Gancio d’oro rubando che questi commercianti dai prezzi  improponibili. Un paio di Jeans non può costare duecento euro. Neanche quello più fashion se li compra.

Assisto ad una discussione assurda per un parcheggio. Due ambulanti litigano per un pezzo di marciapiede. Non si capisce in che lingua.

Comunque la risolvono dividendo a metà lo spazio. Un piccolo esempio di socialismo nel quotidiano.

L’idea  mi frulla in mente insieme a uno slancio di pensieri positivi.

Raggiungo il bar all’angolo che mi era stato indicato. Mi siedo al tavolo e ordino un acqua tonica aspettando il guardione.

 La cosa viscida oramai abita le mie tasche vive di vita propria. Se mi muovo si muove anche lei emettendo un suono simile alle maracas.

Sembra di stare in un disco di Harry Belafonte.

Il guardione arriva e si presenta  tendendomi la mano.

“ Ciao mi chiamo Andrea  e sono un amico di Carletto Gancio d’oro. “

 Mi presento con la mano viscida di dentiera . Questa volta chiedendo spiegazioni.

“ Lui mi ha aiutato molto quando da Matera sono arrivato a Roma.

 Qui mi sono laureato in Informatica pagandomi da vivere con il lavoro che mi dava Carletto in palestra.

 E’ stato un grande pugile. Lo hanno estromesso dalle Olimpiadi di Città del Messico. Sarebbe stato convocato nella rappresentativa nazionale.

Pochi mesi prima della partenza durante una manifestazione contro la guerra in Vietnam  ruppe un braccio ad un dirigente di Polizia. Fu arrestato. Picchiato in carcere dai secondini  che lo ridussero in fin di vita. Uscì con la condizionale dopo quasi due anni. In tempo per mettere a tappeto Carlos Monzon. La bestia .”

“ Ma come ? Davvero ha messo per  terra Monzon ?”  rispondo io.

“ Allora anche a te piace il pugilato? “ mi domanda  Andrea.

Rispondo che si mi piace. Da ragazzino l’ho anche praticato per poi passare al nuoto che è il mio sport preferito. Soprattutto senza contatto fisico perché i pugni fanno male.

Dico anche che non lo seguo più. Non ci sono boxeur  in grado di entusiasmarmi  tranne il nostro Gancio d’oro che in quel ring immaginario del supermarket  è stato un grande.

“ Anche io non ci credevo alla storia di Monzon “ incalza Andrea.

 “Poi lavorando in palestra ho potuto capire che era vera.”

 Andrea  continua a raccontare.

 “ I fatti stanno così. Nel millenovecentosettanta  Nino Benvenuti  decide di avere come sfidante per il titolo mondiale dei pesi medi il semisconosciuto Carlos Monzon. Quì a Roma.

 Una scelta che visto come sono andate poi le cose non si rivelò appropiata.

 Comunque l’argentino con il destro di ferro aveva bisogno di sparring partners per prepararsi all’incontro.

 La paga non era male e tramite le conoscenze che aveva nel l’ambiente Carletto riuscì a salire su quel ring per  incrociare i guantoni con il futuro campione del mondo.

 Ti premetto che gli altri sparrings non erano andati benissimo.

Monzon si lamentava. Diceva che erano troppo scarsi  anche solo per fare una ripresa con lui. “

In un attimo mi sento a bordo del quadrato. Sembra di vederli  Gancio d’oro e Monzon che danzano sulle punte. Scrutandosi. Cercando di capire l’uno le debolezze dell’altro.

Dopo aver  ordinato un caffè freddo Andrea  continua il suo racconto.

“Gli organizzatori spiegarono a Carletto che El Macho si era lamentato degli sparrings.

Chiedeva gente con  grinta.

Lui al titolo ci puntava e non si poteva allenare seriamente con gente che al primo montante cadeva giù.” 

“Salì sul ring il primo giorno per cinque riprese da tre minuti. Senza mai cadere a terra. Non era in forma ma la tecnica e la voglia di dimostrare a se stesso di essere ancora  un pugile lo fecero rimanere in piedi. Sotto i diretti destro di Monzon che menava come un indemoniato.”

Andrea  si accende una sigaretta e me ne offre una che fumo volentieri. Continua a raccontare.

“Il secondo giorno gli organizzatori gli dicono che l’argentino vuole solo lui come sparring.”

Il tavolo dove eravamo seduti perde l’ombra che lo aveva reso così ambito. Ci alziamo. Andrea insiste per pagare il conto. Lo lascio fare.

A piedi raggiungiamo quasi Villa Pamphili.

All’altezza della Circonvallazione Gianicolense  troviamo una panchina all’ombra e ci sediamo per un’altra sigaretta.

Nel tragitto Andrea mi racconta la sua vita in pillole. La laurea come studente fuori corso la speranza di fare l’Ingegnere Informatico gli stages non pagati per le grandi aziende.

La promessa di un assunzione mai mantenuta e alla fine il ripiego su quel lavoro.

Per non tornare a Matera tra i sassi.

“ Sono gli unici che mi hanno proposto un contratto vero. Insomma con le ferie pagate e tutto il resto. E’ un lavoro di merda lo sò ma a fine mese i soldi ci sono. Non è una gran cifra. Però mi permette di vivere dignitosamente. “

“E poi devo dire che sotto questo punto di vista Roma mi ha deluso. Pensavo  che la Laurea e la buona volontà fossero sufficienti . Invece no. Qui  c’è bisogno delle conoscenze che ti aiutano oppure non arrivi da nessuna parte.”  

Provo a rincuoralo cercando di strappare un sorriso alla sua ingeniuità. Dico che la vita quì è sempre più difficile anche per noi che ci siamo nati.

La cosa viscida che ho in tasca continua a tintinnare quando mi muovo. Sempre su ritmi caraibici forse influenzata dal caldo che solo in una lontana vacanza in Messico avevo sentito così asfissiante.

 “Tieni questa è di Gancio d’oro “ gli passo la dentiera  che intanto ha smesso di suonare.

“No aspetta “ mi risponde Andrea.

“Non siamo molto lontani da casa sua .Che poi è attaccata alla mia.”

“ Credo sarebbe felice di conoscerti. Sa essere riconoscente con chi si comporta bene con lui.”

Gli rispondo stizzito che non sono in cerca di ricompense. Volevo solo liberarmi di quella cosa viscida e a questo punto anche sapere di Monzon che andava a tappeto sotto i colpi di Gancio d’oro.”

“Dai vieni con me. Ci vuole poco ad arrivare così la storia la racconta lui. Di persona.”

 Andrea  insiste ed io dopo qualche esitazione mi faccio convincere.

Arriviamo che oramai sta facendo sera . Il caldo sembra non placarsi nonostante una leggera brezza che  mette buon umore.

Andrea  bussa ad una porta. Dentro si sente rispondere.

“ Chi sei?  Nun c’avemo bisogno de gnente. Ciavemo tutto puro ‘e  malattie! “

 E giù una risata d’altri tempi . Mista di catarro e sigarette senza filtro.

“ Sono Andrea..Apri  ti ho riportato la dentiera.”

 Si sente il tamburo della serratura che gira.

Tlic -tlac e la porta è aperta.

“Mò chi è stò cazzabbubbolo?”

Gancio d’oro brucia con uno sguardo Andrea considerandomi un intruso.

“Mettiti  gli occhiali così lo riconosci” sospira Andrea con un sorriso divertito.

“ Aò io nun lo riconosco manco co l’occhiali.”

Mi tolgo il cappellino dei Knicks che al supermercato non portavo.

Lui da sfogo alla poltiglia senza filtro aggrappata alle corde vocali con una risata che risuona per tutta la stanza.

“ Bellooooo!  M’hai riportato i denti  così posso magnà mpò de carne che senza ‘ncè riesco”

Mi presento con tutti i convenevoli del caso dopo avergli restituito la cosa viscida.

“Ma che te sei messo paura ar Supermercato?”

Parla ad alta voce Gancio d’oro riposizionando l’attrezzo vitale senza neanche lavarlo.

“E’ che non riuscivo a capire la situazione. E’ stato tutto così veloce.”

“ Gancio d’oro è ancora un fulmine anche se oramai perde colpi.”

Una voce femminile irrompe nella stanza che improvvisamente diventa colorata. 

“Giovanna sei arivata? Nun sei entrata dalla porta vero? “

“ No Sor Carlo. Sò entrata dar giardino. Ha lasciato aperto il cancelletto come al solito. Poi se lamenta se je rubbano i limoni.”

Gancio d’oro sbotta. “ Ehhee ! Se ce li pijo però me diverto!”  fregandosi  le mani che ora guardo meglio e sembrano mastodontiche. 

“ Piacere Giovanna . Abito nell’altro appartamento ma quando torno dal lavoro er Sor Carlo è tappa fissa.”

Si presenta  e poi si scioglie i capelli di un biondo mesciato abbastanza acido e delicato da sembrare castano.

Il  vestito a fiori gli da un’aria da “Happy Days”

Gli occhi scuri ma non troppo sovrastano il sorriso più bello del mondo.

Non c’è dubbio mi piace.

Come al solito cerco di capire perché in pochi secondi si apre la prospettiva di un mondo diverso e migliore. Fino a quel momento mai immaginato. Almeno per me che resto a guardarla mentre saluta Andrea.

Non è il suo ragazzo. Non l’ha baciato.

Penso tra me e me scoprendomi prematuramente geloso.

Cerco di spiegare l’inspiegabile. Scarto le cose più banali.

Edipo insinua maligno la mia predilezione per  la terza spinta e i fianchi generosi.

La motivazione per questo fermento però la trovo lì. Nascosta nel suo modo di sistemare i capelli.

Dietro le orecchie che sembrano disegnate.

Muovendo le dita con un movimento sensuale e allo stesso tempo dolce.

Simile a quello delle ballerine indiane.

Dopo pochi minuti saluta. Questa volta con un bacio sulla guancia promettendo a Gancio d’oro di passare il giorno successivo.

Quando arriva il mio turno si lega di nuovo i capelli e la trazione esercitata le risalta gli zigomi.

“ Te lo ha raccontato di Monzon?”

Istintivamente mi viene da rispondere ” Monzon chi?”

Invischiato come sono nei pensieri che vedono me e lei come attori principali.

Viaggi – scopate selvagge – litigi per poi fare l’amore di nuovo.

Una casa. Un auto. Figli bellissimi.

Cerco la forza per non fare una figuraccia. Per uscire dal sogno.

“No ancora non mi è stato raccontato” rispondo con la più inutile delle voci.

“Ehhe.. allora rimango ancora qualche minuto. Adoro questa storia. Soprattutto raccontata dal Sor Carlo.”

Si siede vicino a Gancio D’oro sul divano in finta pelle.  Andrea prende una scatola di cartone e la dà a lui.

“Qui ci sono tutti i miei ricordi. Le sconfitte e le vittorie. Quello che ero. Quello che sono ora.”

Nulla da dire sul suo Italiano improvvisamente perfetto.

Come prima cosa mi mostra  un paio di guantoni raggrinziti di cuoio marrone.

Poi la foto di lui in posa da campione con la guardia sinistra e lo sguardo famelico.

Una tromba che dice di saper suonare  e il diploma di laurea dell’Isef.

“Uscito di galera conobbi Anna che presto diventò mia moglie.”

 Mi mostra una foto di una donna minuta circondata da bambini in grembiule e fiocco.

“Lei era una maestra elementare. Mi spinse prima a prendere un diploma alle scuole serali.

 Poi l’Isef dove mi laureai con una tesi sulla storia del pugilato”

“Ho insegnato educazione fisica prima come sostituto in varie scuole romane. Poi fino alla pensione in un istituto tecnico a Frascati.”

Sono sorpreso non mi aspettavo Gancio d’oro professore di ginnastica. I suoi studenti devono essersi divertiti parecchio con lui. Forse imparando anche qualcosa.

“Fino ai primi anni novanta gestivo una palestra dove ha lavorato anche Andrea. Poi ho mollato. Volevo ritirami da tutto. Anna era morta da poco e questa casa che avevamo finito di pagare rimase vuota. Andrea venne ad abitare con me poi conobbe Elena la cugina di Giovanna che abita dall’altra parte della strada e da allora mi ha abbandonato anche lui”

“Ma dai! Passo più tempo quì che a casa mia”

Andrea protesta con un sorriso.

“ Io ed Anna non abbiamo avuto figli. Quindi una volta che lei non c’era più mi sono ritrovato completamente solo e vecchio. Poi  Andrea Giovanna ed Elena sono diventati la mia famiglia. Siamo una squadra noi . Lottiamo per vivere. Insieme.”

Impaziente chiedo di Monzon che và knock Out.

“Si aspetta prima devi sapere una cosa. So che Andrea ti ha raccontato dell’incidente alla manifestazione.”

“E’ stato un caso io non dovevo essere lì. Ero da un amico a pranzo poi siamo usciti per un caffè. Il corteo si snodava sulla via ma senza problemi. Lateralmente la Polizia caricò a freddo. Ne fummo travolti. Persi il mio amico che si rifugiò in un negozio e rimasi lì in balia degli eventi. In una frazione di secondi mi ritrovai con i polsi stretti da uno con la fascia tricolore che gridava: “ Pezzi di merda vi ammaziamo tutti!”

“Non c’entravo niente con quella situazione. Non mi occupavo di politica anche se la guerra in Vietnam la consideravo sbagliata. Semmai ci fossero guerre giuste. Fatto stà che quello stringeva portandomi verso la camionetta.”

“Zitto stronzo! Adesso ti porto in caserma e vediamo se non c’entri niente come dici tu.”

“Con una mano mi teneva e con il manganello mi picchiava sulla schiena. Al terzo colpo ho ruotato il corpo e non sò come sono riuscito ad incastrare il manganello con il suo braccio che mi bloccava. Un urlo sordo. Il suo braccio penzolava. L’osso dell’ulna era completamente fuori dalla carne.Spezzato. Riuscii a correre per poco poi tutta la Celere di Roma mi era addosso.”

Giovanna si alza e si avvicina alla finestra. Adesso posso vedere le sue gambe tornite e belle niente a che vedere con l’anoressia delle nuove Pin up. Orrende Zombies.

“Ma insomma la racconti o no stà storia di Monzon?”

Giovanna strabuzza gli occhi che si riempiono di luce nell’attesa di un racconto che avrà sentito decine di volte. Ma io no. Non ancora.

“Va bene va bene..”

Gancio d’oro si alza in piedi e sposta un tavolino che era accanto al divano poggiandolo alla parete a formare un angolo retto.

“Fai conto che questo è il ring. Io mi trovavo stretto alle corde. Erano giorni che andava così. Lui picchiava ed io incassavo cercando di portare qualche colpo. Dalle corde cercavo di portarlo al centro ma niente lui mi ributtava lì. In uno di questi balletti mi ritrovai all’angolo sempre massacrato dai suoi montanti e diretti destro. Feci un passo in uscita portando una parte del corpo fuori come a scartare così trovai un autostrada per colpirlo forte con il gancio sinistro. Cadde subito come il silenzio che improvvisamente regnava a bordo del quadrato. L’allenatore venne con i sali per farlo riprendere ma se avessero dovuto contare i secondi avrei vinto io. Alla terza ripresa.”

Rimango affascinato dal suo racconto. Mi fa vedere altre foto con Monzon e la cintura di Campione del Mondo sfilata a Benvenuti. Un biglietto con scritto “ Vos es el Campeon “ firmato da El Macho.

Poi mi spiega che prima di partire per l’Argentina Monzon lo convocò nel suo albergo. Le consegnò i guantoni con i quali aveva battuto Benvenuti e quel biglietto. Anche cinquecentomilalire come regalo che non poteva rifiutare. Quei soldi contribuirono a farlo entrare in società con Ballarati nella palestra a Trastevere.

Disse che il campione Argentino lo ringraziò tantissimo che senza quella caduta a terra non avrebbe vinto.

Cose da pugili penso io.

Si è fatto tardi ed anche se mi invita a cena preferisco non rimanere.

“Prima che te ne vai voglio spiegarti che io non rubo per necessità. Quel che ho mi basta per comprare le cose che mi servono. Rubo per principio.”

L’affermazione di Gancio d’oro mi fa pensare ai dieci comandamenti anche se non sò in che posizione della classifica è non rubare.

“Prima che ci fottesero con l’euro esistevano molti negozi che vendevano tutto a mille lire. Il giorno dopo era tutto ad un euro che sono quasi duemilalire. Questo io lo chiamo rubare quindi mi comporto di conseguenza.”

Il ragionamento di Gancio d’oro non fà una piega anche se sembra una battaglia solitaria. 

“Poi non sono il solo a pensarla così.Oramai conosco un sacco di gente che lo fa. Non tutti per necessità te lo dico per certo.”

Andrea interviene. “ Si va bene Carletto ma la prossima volta evita di venire a rubare dove lavoro”

“Guarda che volevo metterti alla prova….” risponde Gancio d’oro con un ghigno beffardo.

Per  niente risentito Andrea la prende a ridere così come Giovanna ed io che mi unisco a loro.

“Tieni questo è per te” Gancio d’oro mi dà uno dei due guantoni che aveva tirato fuori dalla scatola.

“Voglio farti questo regalo perché sei stato in gamba. Hai capito la situazione e sei stato zitto. Mi hai riportato la dentiera.Senza avere paura.”

Lo prendo anche se non saprei che farmene poi mi spiega che quel guantone ha buttato giù Monzon.

“No dai questa è una reliquia! Tienila tu non devi….” provo a non accettare ma intanto lui si prende il mio cappellino dei Kniks e se lo mette in testa.

“Io prendo il cappello con la visiera che mi serve . Tu prendi quel guantone e basta…”

Non provo neanche a contraddirlo stringo il guantone con le mani. Infondo me lo sono meritato.

Ci lasciamo con la promessa di rivederci presto. Giovanna dice che tutte le domeniche fanno un pranzo in giardino e che da ora in poi faccio parte della famiglia di Gancio d’oro quindi non posso mancare.

Cerco un autobus che mi riporti a casa. Stringendo ancora quel guantone.

Certo di trarne la forza.

Per  un’estate che non è ancora finita.

Per  l’autunno che arriverà.        

ASCOLTI CONSIGLIATI DALL’AUTORE

Harricane-  BOB DYLAN

Gimme some Thruth – JOHN LENNON

Bridge over  the Troubled Water-  ELVIS PRESLEY version

The Bed-  LOU REED

Some girls are bigger than others – THE SMITHS

 

ASCOLTI CONSIGLIATI DA GANCIO D’ORO

Sonata per pianoforte KV 331 III . Rondò alla Turca – W.A.MOZART

I fall in love too Easily- CHET BAKER

Flamenco Sketches- MILES DAVIS

Sempre- GABRIELLA FERRI

Verranno a chiederti del nostro amore- FABRIZIO DE ANDRE’

CARLETTO  GANCIO  D’ORO    un racconto di    BRUNO IKCS      creative commons  2012

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1 Maggio Internazionalista a Torpignattara!

20130501 nostro 1 maggio

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27 Aprile 1966: l’assassinio da parte dei fascisti del compagno Paolo Rossi a “La Sapienza”

 

Solo con la morte di Paolo Rossi, studente socialista della facoltà di Architettura, avvenuta il 26 aprile del 1966, ci fu una reazione ferma e decisa dell’antifascismo universitario a questo clima di aggressione, seppur con modalità assai differenti da quelle che si verificheranno negli anni ‘70. Certo, l’antifascismo militante degli anni ‘70 è nettamente dissimile, nelle forme e nelle elaborazioni politico-ideologiche, da quella che fu la protesta democratica e antifascista che caratterizzò la morte di Paolo Rossi.

[…] La mattina del 27 aprile, sulla scalinata della facoltà di lettere, Paolo Rossi, uno studente socialista di architettura di appena 19 anni, iscritto alla gioventù socialista, viene circondato da un folto gruppo di neofascisti. La sua colpa? Nel momento dell’aggressione stava distribuendo volantini dell’Unione Goliardica Italiana […], posizioni in fondo moderate me evidentemente fastidiose. A Paolo Rossi, un ragazzo alto e forte nonché provetto rocciatore, costano i calci e i pugni dei suoi aggressori: colpi micidiali scagliati da una massa inferocita che, malgrado i continui richiami al coraggio e al senso dell’onore, non si fa scrupolo di infierire contro una persona disarmata e sola. Su un volantino d’Avanguardia nazionale , d’altro canto, i sedicenti rivoluzionari di Delle Chiaie avevano scritto: “Prima di partire i nostri vengono preparati moralmente, perché imparino a spaccare le ossa anche a uno che si inginocchia e piange”. Paolo Rossi, percosso selvaggiamente, né si inginocchia né piange. Poco distante dal luogo dell’aggressione, un nutrito corpo di agenti di PS comandati dal commissario D’Alessandro osserva la macabra scena ma non interviene. Ed è così che Paolo Rossi , travolto dal gruppo di picchiatori, sbarra gli occhi, barcolla e, alla ricerca di una via di fuga, trova i cinque metri di vuoto che, come una voragine, si aprono su un lato della scalinata. Il tonfo di un corpo umano che precipita dall’alto produce un rumore sordo e terrificante: Paolo Rossi cade e non si rialza mai più1.

La ribellione degli studenti e anche quella dei professori fu immediata ma in effetti non portò alla nascita di un vero e proprio Movimento studentesco antifascista, anzi, i neofascisti, dopo una breve e determinata reazione degli studenti e dei professori di sinistra, continuarono a imperversare nelle facoltà per almeno altri due anni, fino alla nascita del Movimento del ’68.

In quell’occasione si era mobilitata l’intera sinistra democratica, in nome di un antifascismo rivendicato come fondamento della legalità repubblicana. Lo stesso giorno dell’incidente era stata occupata la facoltà di Lettere, sgomberata nella notte dalla polizia; il mattino successivo un’imponente assemblea di studenti e docenti, seguita nel pomeriggio da un comizio in cui avevano parlato Ferruccio Parri, Nuccio Fava, presidente dell’UNURI (Unione universitaria rappresentativa italiana) e Marcello Inghilesi, presidente dell’Unione goliardica italiana, aveva deciso l’occupazione di otto facoltà e istituti. L’assemblea notturna del 28 aprile votò a grandissima maggioranza un documento in cui si deliberava un’occupazione a oltranza fino al conseguimento di due obiettivi: il primo, le dimissioni del rettore Ugo Papi, accusato di non aver impedito il ripetersi di provocazioni e violenze da parte dei gruppi dell’estrema destra; il secondo, “lo scioglimento delle organizzazioni parafasciste di studenti universitari, applicando la lettera e lo spirito della legge e della Costituzione con il conseguente ripristino della vita democratica nell’università”. Il 29, davanti a una grande folla radunata nel piazzale della Minerva, si svolgevano i funerali: l’orazione funebre fu pronunciata dall’italianista Walter Binni, ordinario nella facoltà. Il rettore si dimetteva il 2 maggio, e il 3 l’assemblea plenaria degli studenti, docenti e rappresentanti del personale non insegnante votava la fine dell’occupazione. I protagonisti del fronte che si era mobilitato per la morte di Paolo Rossi erano molto diversi da quelli del movimento del ’68. Certo, ci furono allora segnali chiari, soprattutto fra gli studenti, dell’emergere di un nuovo radicalismo insofferente della logica politica che accomunava i partiti nazionali e le associazioni politiche studentesche dell’ORUR (Organismo rappresentativo universitario romano). Ma il carattere prevalente dell’occupazione per Paolo Rossi era dato dalla cultura e dalla pratica politica che accomunava in un impegno attivo un’élite di giovani studente universitari dediti agli studi e alla politica universitaria insieme a un’ampia rappresentanza di docenti democratici. Diversi furono allora anche i modi e i contenuti della mobilitazione: di fronte all’intervento con la forza della polizia la notte della prima occupazione, studenti e professori avevano risposto con una composta resistenza passiva, facendosi portare via a braccia. Nelle facoltà e negli istituti occupati, nessuna scritta sui muri, e tanto meno nessun danno agli ambienti e alle cose. Alla base, infine, il richiamo alla legalità e ai principi della democrazia rappresentativa, espressa peraltro in quel contesto anche dal ruolo dei “partitini” dell’ORUR 2.

La storiografia militante si discosta da questa interpretazione e, relativamente a Paolo Rossi, lo ricorda come il primo studente di sinistra ucciso dai fascisti, tanto che la facoltà di Lettere in cui morì divenne nel corso degli anni uno dei principali motori dei movimenti di lotta romani e nazionali. Soprattutto la letteratura politica dell’epoca prefigura la reazione che ne conseguì come un primo moto studentesco antifascista di quello che sarà il Movimento del 1968. Infatti nel libro La strage di Stato, testo di riferimento negli anni a venire per migliaia di militanti della Nuova Sinistra,quello che accade dopo la morte di Rossi è interpretato come un nuovo modo di praticare l’azione antifascista e antistatuale degli studenti.

La morte di Paolo Rossi risveglia le coscienze, mobilita i giovani della nuova sinistra. Alcune facoltà vengono occupate. La notte tra il 28 e il 29 gli squadristi di Delle Chiaie aggrediscono nuovamente alcuni studenti isolati, bloccano l’auto su cui viaggia la figlia del deputato comunista Pietro Ingrao assieme a due amici assistenti universitari, a uno dei quali un colpo di coltello asporta la falange di un dito. […] Il 2 maggio tutta l’università romana è occupata. Tremila studenti riuniti in assemblea e 51 docenti titolari di cattedra denunciano in una lettera inviata al presidente della Repubblica “la situazione di violenza e illegalità che regna nella città universitaria dove un’infima minoranza di teppisti che hanno fatto propri i simboli del nazismo, del fascismo, delle SS e dei campi di sterminio possono impunemente aggredire studenti e professori che non condividono metodi e idee appartenenti al più vergognoso passato e condannati dalle leggi di tutti i paesi civili”. E concludono: “Di fronte a questo stato di cose, anche noi ci sentiamo responsabili della morte di Paolo Rossi perché abbiamo tollerato tutto ciò sino ad oggi”. Il giorno precedente un corteo di centinaia di operai si era recato alla Città Universitaria per portare la propria solidarietà agli studenti occupanti. Il ministro della pubblica Istruzione, a scanso di guai ulteriori, costringe alle dimissioni chi, più degli studenti e dei professori democratici, è stato responsabile per anni della situazione che ha portato alla morte di Paolo Rossi: il rettore Ugo Papi. […] Eppure i fascisti attaccano ancora. Il 2 maggio 300 squadristi guidati da Caradonna e Delfino danno l’assalto alla facoltà di Legge: ma ormai gli studenti sono in grado di reagire e di battersi e anche la polizia interviene. In realtà, la presenza dei fascisti si era rivelata utilissima per la creazione nell’Università di quel clima di terrorismo e di rissa latente su cui il vecchio corpo accademico, incolto e clientelare, fonda le sue tradizionali fortune. Impossibilitati a sviluppare la dialettica delle idee, gli studenti di sinistra stentavano a mettere a fuoco gli obiettivi di lotta avanzati e restavano prigionieri della logica anacronistica, anche se legittimata da esigenze di conservazione fisica, della battaglia antifascista. Dall’esperienza di quegli anni il corpo accademico e, più in generale, le forze interne all’apparato statale. trarranno utili indicazioni per il futuro: in quel momento, l’applicazione di alcuni elementari principi costituzionali nell’ambito universitario nasce più dalla paura della reazione studentesca che da una, sia pur tardiva, resipiscenza democratica delle autorità3.

Nonostante il clamore suscitato dalla protesta studentesca, che fu ampiamente riportata sui giornali dell’epoca4, il Giudice Istruttore dichiarò non doversi procedere per il delitto di percosse che aveva causato la morte di Paolo Rossi perché gli autori erano rimasti ignoti e che il motivo della morte era evidentemente un malore e che il caso andava archiviato. Questa scelta contribuì notevolmente a sviluppare l’idea che i neofascisti godevano di una impunità pressoché totale per i loro attacchi violenti contro gli studenti e i militanti di sinistra, poiché la magistratura non si limitava a chiudere un occhio, ma entrambi, anche nei casi più eclatanti di violenza neofascista come quello che aveva condotto alla morte di Paolo Rossi.

Tuttavia, con una modalità simile a quella che si manifesterà anche per altri omicidi politici degli anni a venire, sono i gruppi di controinformazione del Movimento a mettere in luce la responsabilità dei neofascisti per quanto riguarda l’omicidio di Paolo Rossi.

Già nel libro La strage di Stato vengono indicati, infatti, come possibili responsabili dell’azione omicida, un gruppo di fascisti che negli anni successivi diventeranno famosi in quanto mandanti, o autori materiali, delle stragi che insanguineranno l’Italia.

Anche le foto dello scontro tra neofascisti e studenti in cui fu ucciso Paolo Rossi, parlano chiaro, mostrando fascisti che si accaniscono su studenti isolati, mentre i poliziotti stanno a guardare. Riconoscibilissimi sono Serafino Di Luia, Flavio Campo, Saverio Ghiacci, Adriano Mulas-Palomba, Alberto Questa, Loris Facchinetti e Mario Merlino5.

Lo stesso Merlino conferma la sua presenza in quella situazione di scontro, pur senza ammettere alcuna responsabilità di sorta per la morte di Paolo Rossi6.

Alcuni di questi attivisti di estrema destra continueranno incredibilmente a essere protagonisti di diverse manifestazioni universitarie e, in almeno un paio di occasioni, lo saranno al fianco degli studenti di sinistra, in quello che è passato alla storia come il Movimento del 1968. Oggi possiamo affermare senza ombra di dubbio che la loro presenza fu assolutamente provocatoria, in relazione stretta con le direttive di alcuni agenti dei servizi segreti, su indicazione di provocatori di professione come Freda, Rauti, Delle Chiaie, che non volevano affatto sovvertire dal basso e in maniera unitaria insieme agli studenti di sinistra la società italiana, ma che in combutta con servizi segreti civili e militari nazionali e stranieri, volevano provocare un colpo di Stato in Italia, così come accaduto in Grecia nel 1967 e come accadrà in Cile nel 1973.

Tratto da “Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta” di Marco Capoccetti Boccia, Castelvecchi Editore

1Cristiano Armati, Cuori Rossi, Newton Compton Editori, Roma, 2008, pp 141-142.

2Francesca Socrate, Una morte dimenticata e la fine del Sessantotto, in “Dimensioni e problemi della ricerca storica”, 1/2007, p.173. Per una interpretazione storiografica simile vedi: Vittorio Vidotto, Roma contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2006, p. 305.

3La strage di stato, Samonà e Savelli, Roma 1970.

4 Cfr. “Il Messaggero”, “L’Unità”, “Paese Sera” del 28/04/1966.

5La strage di stato, Samonà e Savelli, Roma 1970.

6 Nicola Rao, Il sangue e la celtica, Sperling e Kupfer, Milano, 2008, p 63-65. In queste pagine Merlino così ricorda quelle giornate: “Il clima tra noi e i compagni era abbastanza tranquillo. Anzi, c’era un tacito accordo. Erano giorni di campagna per le elezioni universitarie. Per la prima volta a Roma si presentava Primula Goliardica. Ma per il resto noi facevamo propaganda a Legge e i compagni a Lettere, con il rettorato, in mezzo, a fare da spartiacque. Il 27 aprile, di mattina, arrivo all’università e incontro un gruppo di camerati. Ricordo Bruno Di Luia […] ‘i compagni stanno provocando a Lettere e ora li attacchiamo’. Improvvisamente il clima si era agitato. Ricordiamoci che il 27 aprile è la vigilia dell’anniversario della morte del Duce. E i compagni avevano tappezzato l’ingresso di Lettere con una serie di manifesti e di striscioni del genere VI FAREMO FARE LA FINE DI PIAZZALE LORETO, FASCISTI TUTTI APPESI A TESTA IN GIU’ e cose del genere. O fingevi di non vedere- ma non faceva parte della nostra indole- o reagivi… Ci spostiamo a Lettere e incrociamo anche militanti del Pci che non sono della facoltà, alcuni non sono neanche studenti. […] noi saremo stati una quarantina, loro forse sessanta, settanta ma non di più. Improvvisamente c’è lo scontro. Rapido e concitato. Noi saliamo le scalinate di Lettere, siamo quasi tutti a mani nude, e ci scontriamo con loro all’ingresso della facoltà e lungo le scale. Poi retrocediamo e ci fermiamo in fondo alle scale. Fra noi e i compagni si frappone un plotone di carabinieri. Noi gridiamo, inveiamo, insultiamo e i compagni fanno lo stesso al di là del cordone dei carabinieri. A quel punto avviene un fatto imprevisto. Iniziano a uscire dalla facoltà gli studenti che avevano seguito le lezioni. La gente comincia a premere per uscire e vedo, a pochi metri da me, dalla balaustra di marmo all’ingresso di lettere, cadere, a piombo, a corpo morto, senza un lamento, un ragazzo. Che era appunto Paolo Rossi. Lo sollevano subito alcuni studenti che cercano di soccorrerlo e lo portano via. Ora, tra la scazzottata e la caduta dal parapetto di Paolo Rossi è passato diverso tempo. Più di un’ora. Non so se, uscendo, la massa che premeva ha spinto e lui ha perso l’equilibrio ed è caduto. Oppure, come si disse allora aveva ricevuto dei colpi durante gli scontri precedenti e successivamente ebbe un malore o un capogiro. Non lo so. Quel che è certo è che nessuno di noi fascisti lo colpì o peggio, come si disse all’epoca, lo spinse di sotto. […] La sera stessa dell’episodio, ci scontriamo con gli attacchini del Pci che stanno affiggendo manifesti in cui dicono che abbiamo ucciso noi Paolo Rossi. […] Il giorno dopo evitiamo di farci vedere in zone a rischio. Ma la sera successiva ci sono altri scontri con i compagni. Incrociamo delle macchine con la figlia di Ingrao e altri assistenti universitari di sinistra e scoppia una rissa”. Anche il giorno della commemorazione di Paolo Rossi nella città universitaria i neofascisti si presentarono, secondo Merlino, presso l’uscita secondaria dell’università per provocare e insultare gli studenti di sinistra, e ne nasce una violenta colluttazione. Vedi p. 67-68.

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