Corso di Qi Gong e Kung Fu

Introduzione al Qi Gong e al Kung Fu

Corso amatoriale presso la scuola Di Donato in via Bixio 83-85

Il Qi Gong è un’antica arte cinese per il benessere psicofisico

il Kung Fu è un’arte marziale tradizionale cinese

Il corso è finalizzato al benessere della persona,

non si pratica né per combattere né per esibirsi

Il corso, per ragazze\i e adulti, si terrà ogni

Martedì e Giovedì dalle ore 20.30 alle ore 22:00

Il corso inizierà Martedì 4 Novembre

Da Giovedì 16 Ottobre a Giovedì 30 Ottobre ci sarà un ciclo di lezioni di prova gratuite

per info:

Marco Capoccetti Boccia Email: caposyrus@yahoo.it ; Cell: 3206173543

Associazione genitori scuola Di Donato, Via Bixio 83-85

0670453402

info@genitorididonato.it

locandina qi gong-1

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No a parate razziste a Piazza Vittorio!

locandina piazza vittorio 1

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No a parate razziste a Piazza Vittorio!

Piazza Vittorio è un Rione multietnico, multiculturale, multilingue.                                              

È un rione di parrucchieri cinesi e vecchi barbieri italiani, di nuovi locali radical chic e di antichi baretti.

Piazza Vittorio è il luogo dove da anni si pratica l’antica arte marziale cinese del Tai Chi Chuan all’aperto, spesso gratuitamente, ove anziane signore cinesi si muovono lente e morbide accanto a giovani palestrati italiani e non solo. Piazza Vittorio magari è indifferente ma non è razzista: evitiamo che lo diventi, costruiamo reti di solidarietà sociale fra vecchi e nuovi residenti. Impediamo che il razzismo, strumento di sopraffazione di pochi contro molti, si sviluppi anche qui.  Impediamo questa speculazione razzista di un comitatotucolo di quartiere che negli anni della Giunta Alemanno ha contribuito allo sviluppo di ignobili politiche razziste, securitarie, finto legaliste.
Così come altri comitati legati all’affarismo razzista e speculativo di Alleanza Nazionale e di chi mangiava da quel piatto.
Di questi stronzi razzisti che vogliono solo innescare una infame guerra fra poveri non ne possiamo più.
Cacciamoli via dai nostri quartieri!
Ora basta!
Il loro razzismo produce morte, come è successo a Torpignattara pochi giorni fa.
Vogliono un morto anche a piazza Vittorio?!
Fermiamoli prima che sia troppo tardi.
Da piazza Vittorio a Torpignattara un’unica lotta contro il razzismo!

Che cinesi e bengalesi, africani e italiani non razzisti escano dalle loro case e dai loro negozi per fermare questa infame provocazione razzista! E’ ora di lottare!

NO AL RAZZISMO

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A Carlo, con rabbia e amore.

 

 

Quarto (21 luglio 2001)

Questo quartiere di Genova è stata sempre famoso nel mio immaginario.

Quando ero bambino mio padre la storia dei garibaldini che partirono in mille da Quarto me l’avrà raccontata almeno mille volte. Una sorta de Granma ante litteram, azzarderei…

mille garibaldini partirono da qui per unire l’Italia, cacciare gli invasori dell’epoca, costruire una repubblica democratica e socialista. Più o meno, insomma…

Come è andata a finire ce lo racconta la Storia, ma per me che sto in fissa co’ ste cose, diciamo, è un corso e ricorso interessante dove tuffarsi dentro.

Anche se non avrai mai pensato di dover venire qui con la rabbia e la morte nel cuore.

Oggi mio padre però non sa che sono a Quarto. Lui è fuori Roma con mia madre e mia sorella per le vacanze. Pensa che io sia al lavoro. Pur avendo 27 anni non gliel’ho detto che partivo. Non volevo farlo preoccupare, né a lui né a mia madre.

E’ qui, alla ridente stazione di Quarto, che si ferma il treno.

Ancora non abbiamo capito perché qui e non a Genova città. Mah…

Dicono che il nostro campeggio, quello del Network Antagonista per i Diritti Globali, si trova qui a due passi.

Me immagino che significhi due passi sotto il sole.

Il treno si ferma ma nessuno scende, cazzo.

Si aprono le porte automaticamente.

Ci guardiamo tutti e tutte in faccia: che si fa?

Ridiamo, nervosi. Accendiamo sigarette, senza aver bevuto neanche un caffè. Son appena le sette del mattino e già me brucia lo stomaco.

E già si muore di caldo, cazzo.

Nessuno scende.

La verità è che abbiamo paura.

Non sappiamo cosa ci aspetta fuori dalla stazione, in città.

Non sappiamo che fare. Io, come al solito, un po’ scoatto e un po’ mi prendo la responsabilità come compagno fra i più grandi d’età, di scendere dal treno per primo. Anche se ho ripetuto ai miei compagni e alle mie compagne fino alla noia che c’ho gli attacchi di panico da alcuni mesi e che quindi non mi sarei preso l’incarico di fare il responsabile di servizio d’ordine del nostro gruppo. Non sono abbastanza lucido in questo periodo.

Scendo dal treno timoroso, metto giù il piede destro per primo, mentre mi tengo con un braccio alla porta pronto a risalire se ci fossero brutte sorprese. Stecco mi tiene per il braccio, per sicurezza e paranoia. Sono il primo a mettere giù un piede dal treno. Ancora nessuno e nessuna lo fa.

Sto veramente scomodo così, cazzo. Rischio di rompermi aho’…

Come quella volta al ritorno da Firenze.

Quando trovammo una marea di guardie ad attenderci a Tiburtina.

Per colpa dei soliti anarcosquatter, ci dissero alcuni compagni riformisti, che sfasciarono mezzo vagone e imbruttirono al bibbitaro del treno e alle guardie della Polfer le poche salite a Firenze con noi, per farci la scorta.

Mi incazzai come una bestia cor Secco,uno dei cosiddetti anarcosquatter,e lo minacciai e gli dissi che erano i soliti stronzi scoppiati e che non gli menavo solo per l’affetto e l’amicizia che c’era stata fra noi anni prima, ai tempi dell’alleanza fra il nostro coordinamento studenti medi autorganizzati zona ovest e il loro, di cui faceva parte appunto er Secco, fra l’altro vicino di casa dei miei amati zii…

Ecco, non ho mai chiesto scusa ar Secco per quella ingiusta esplosione di rabbia e aggressività testosteronica nei suoi confronti e lo faccio ora da queste pagine: scusa Secco.

Fra l’altro il vagone non era neanche sfasciato così come ci erano venuti a dire con un eccesso di zelo troppo sospetto alcuni compagni: a pensarci bene, oggi, posso dire che volevano farci litigare fra noi autonomi-antagonisti e gli anarco squatter per poter rompere un (im)possibile fronte contro di loro: i neoriformisti del movimento.

Gli anarchici, soprattutto quando son giovani e squatter, non sono solo il solito capro espiatorio per lo Stato e basta, a volte lo sono anche per il Movimento. Che schifo.

Insomma allora, quando arrivammo a Tiburtina trovammo le guardie schierate sui binari con casco e manganello e scudo: la cosa, credetemi, ci impressionò a tutti e tutte, e se qualcuno oggi vi dicesse che non era niente di che, non gli credete, mente sapendo di mentire….

Al punto che quando il treno si fermò noi decidemmo, con un passaparola immediato fra tutti i vagoni, di restare asserragliati dentro il treno. Quando le porte si aprirono automaticamente noi le richiudemmo subito da dentro costringendo i poliziotti ad aprire porta per porta di ogni vagone usando il pulsante esterno con scene da film muto degli anni ’20. I celerini aprivano la porta del vagone schiacciando il pulsante laterale esterno e noi la richiudevamo usando quello interno e nell’intermezzo volavano manganellate a non finire a cui rispondevamo con cintate calci.

A un certo punto uno stronzo di celerino mi prese per il braccio e iniziò a tirarmi verso il basso mentre i compagni mi tiravano a loro volta verso di loro, prendendolo a cintate (colpendo anche me, cazzo…) e alla fine mi tirarono dentro il vagone chiudendo al volo la porta e cadendo tutti giù per terra all’indietro, come Stanlio e Olio, appunto. Risultato un braccio lussato.

La storia andò avanti per un bel po’ fino a che non vedemmo che un gruppone di manifestanti aveva iniziato a scendere e che noi eravamo come gli ultimi giapponesi rincojoniti nella giungla, solo che qui eravamo dentro un treno e non liberi nella giungla.

Alla fine le guardie salirono e grazie a qualche manganellata ci convinsero a scendere.

Ci circondarono sui binari e ci fecero smaltire una cifra, fino a quando dopo la solita trattativa, ci fu chi decise di dare i propri documenti.

Così fecero in tanti e alla fine ci lasciarono andare.

Quindi dico a Stecco di stare attento: mica me vojo rompe’ er braccio n’artra vorta.

Me lo sono appena tolto il gesso, dopo 45 giorni, causa una stupida rissa sulle scalinate del rettorato della Sapienza, durante l’occupazione dell’ultima primavera. Ma questa è un’altra storia.

Alla fine scendo, faccio lo sbruffone e invito gli altri e le altre a venire giù dal treno senza timore, daje !

Siamo a Genova, cazzo. E’ il tempo della vendetta, m’illudo.

Io manco ce volevo veni’ , ero contrario.

Ma siamo qui per vendicare Carlo.

O meglio, siamo in pochi a volerlo fare, temo, forse saremo qualche migliaio. Beh, diecimila su trecentomila è una bella minoranza, no? Ma saremo diecimila a volerlo fare? A volerci scontrare con i carabinieri?

Usciamo dalla stazione, la solita armata Brancaleone.

In direzione del campeggio.

Arriviamo e siamo carichi di rabbia e aspettative.

Alla riunione al campeggio del Network, il solito pompiere schizzato fa affermazioni senza senso: ci sarà tempo per vendicarci, oggi non dobbiamo accettare provocazioni! Fare un grande corteo di massa.

Dice proprio così: ci sarà tempo per vendicarci.

Ma che cazzo dici, coglione? Ma quale tempo!

Dobbiamo mettere a ferro e fuoco questa città, oggi, adesso.

Hanno ammazzato un compagno in piazza cristo de ddio, Non succedeva dal 1977, da quando ammazzarono, colpendola alle spalle, Giorgiana Masi, da noi, a Roma, su ponte Garibaldi.

Da allora le guardie non hanno più ucciso nessuna compagna o compagno durante una manifestazione di piazza. Nessuna. Nessuno.

Ma chi cazzo l’ha nominato questo capo del Network?

Questi autoproclamatisi dirigenti dell’autonomia di classe, dell’area antagonista, addirittura del movimento, sono almeno 10 anni che ce portano allo sfascio…

Non hanno strategia, non sanno fare un’analisi, anche minimale, della fase. Non hanno metodo e non sanno neanche proteggere e far crescere, senza bruciarli, i compagni più giovani.

In fondo in fondo noi di Magliana nel Network ci siamo entrati perché non volevamo mancare questo cavolo di appuntamento con la storia e il Network era la cosa più vicina a noi, ma se davvero fosse dipeso da noi, beh. A Genova manco ce saremmo venuti, cazzo.

A parte che Network Antagonista per i Diritti Globali è un nome che non piace a nessuno e nessuna ma poi perché dobbiamo sempre dividerci a sinistra? Con gli altri pezzi dell’ex Autonomia di classe, della galassia antagonista e di quella ancor più galattica dell’area anarcosquatter black bloc dovremmo trovare delle convergenze invece di litigare fra noi.

E invece noi del Network ci siamo blindati nel nostro recinto e loro hanno fatto altrettanto, cosicché i Disobbedienti si sono strutturati e cresciuti alla grande mentre noi siamo divisi e frammentati anche oggi.

All’ultima assemblea nazionale a Roma, alla Snia, ci siamo persi pure un altro pezzo.

A pochi giorni dalla partenza una parte dei compagni e delle compagne napoletani guidati da Francesco ci tradiscono e ci annunciano che se ne andranno coi neonati Disobbedienti al Carlini.

Un dramma shakesperiano che si è consumato per ore e ore.

E così alla fine noi del network antagonista siamo pochi, molti di meno di quando eravamo partiti e di quanti avremmo potuto essere.

Una gran parte degli autonomi di Roma e di altre città invece non solo non è mai entrata nel network antagonista ma non è mai entrato in comunicazione con noi, se non per litigare e infatti oggi se ne stanno nel cosiddetto blocco nero.

Potevamo essere tanti, organizzati, inquadrati. Autonomi, anarchici, antagonisti.

E invece no, come al solito la divisione e la frantumazione hanno prevalso e quindi siamo qui pochi, davvero pochi rispetto a quello che ci sarebbe da fare… e alle nostre enormi potenzialità.

L’area di chi ha deciso di non entrare nella sinistra istituzionale è vastissima, potenzialmente una bomba, ma divisa, litigiosa e frammentata e quindi nel cosiddetto Movimento dei Movimenti il nostro peso politico è prossimo allo zero.

Ma non basta essere divisi. Iniziamo a menarci pure fra di noi.

Pare che ieri alla piazza dei sindacati di base i black bloc abbiano fatto un casino.

I racconti sono confusi e frastagliati, non ci si capisce un cazzo.

Ma una cosa è certa, pare che un black bloc de noantri, o anarchico o non sappiamo bene chi ha rotto la testa al Caid.

Dico, ma sei scemo?

Cazzo, per quanto noi con il Caid ci abbiamo spesso litigato verbalmente ma rompergli la testa è un’azione squadristica! Che va lavata nel sangue, secondo molti e molte di noi appena giunti qui a Genova.

Ma perfino i Cobas, che sono avvelenati con i black bloc dicono che non è il caso, non è il momento e poi pare che questo tizio sfasciatesta sia andato a chiedere scusa al Caid.

Non ci si capisce veramente niente.

Della morte di Carlo l’ho saputo dalla radio.

Onda Rossa, ovviamente. La Radio.

L’ho sentito in diretta, appena tornato a casa dal lavoro. Ero da solo, nella mia stanza. E mi si è gelato il sangue. Ho avuto paura.

Paura perché stava accadendo qualcosa più grande di noi, di terribile. Mi sono messo a piangere, da solo.

Poi sono corso al Macchia dove fervevano già i preparativi per la partenza.

Stecco andava avanti nella costruzione di paragomiti e parastinchi di gomma dura come se nulla fosse. Insieme a quell’altro invasato de Samuele.

Si dividevano le maschere antilacrimogeni che abbiamo acquistato in diversi negozi poiché non se ne trovavano quasi più in città. Da giorni e giorni tutte e tutti si affannavano a comprarle manco fosse un regalo di Natale dell’ultim’ora. Noi le abbiamo prese perlopiù dalla vecchia ferramenta a piazzale della Radio che le vendeva ancora, ne abbiamo ordinate una decina. io ne ho presa una bruttina, che non mi piace affatto, ma tant’è, meglio di niente. Basta che funzioni.

Io volevo quella bianca, bellissima ma non ce n’era una in più per me. Magari me la scambierò con qualcuno dopo, al ritorno da Genova, quando molte cose sicuramente le butteremo. Ma la maschera bianca la conserverò anche fra dieci anni, cazzo.

Stecco e Samuele continuavano a tagliare e incollare come infervorati la gomma piuma bianca, brutta e sporca che temo non ci servirà a molto.

Gli altri erano tutti più o meno attoniti ma nessuno sapeva che diavolo fare.

Manco io ovviamente.

Ma son riuscito a fermare un attimo quel casino di preparativi per dire, cazzo compagni fermiamoci che stiamo facendo, che sta succedendo.

Sarah era la più lucida, aveva paura e non si vergognava di dirlo, al contrario di noi stupidi compagni.

Siamo in venti a partire da Magliana. Cazzo andiamo a fare adesso a Genova?

Abbiamo deciso stavolta di non partecipare al servizio d’ordine centrale del Network ma di garantire solo la nostra autodifesa.

Ma come ti difendi da chi ti spara in faccia?

Mi porto “il sentiero dei nidi di ragno”, non da leggere, se non alcune righe. Ma da tenere nella tasca del giacchetto o addirittura in quella posteriore dei jeans, come un libro ispirazione, ma che soprattutto mi protegga, meglio di una qualsiasi bibbia.

In tanti e tante, seppur da posizioni politiche diverse lo avevamo detto nei mesi passati, soprattutto dopo il massacro di Napoli: Genova è una trappola, non ci andiamo!

Facciamoli organizzare, blindare la zona rossa, spendere un sacco di soldi e poi lasciamoli soli ai grandi coglioni del mondo. Manifestiamo in quei giorni in tutte le città, ma non a Genova.

E invece no, siamo caduti nella trappola.

E un giovane e coraggioso compagno di Genova è morto, assassinato.

Durruti fa una corsa alla riunione in Via per sapere cosa vogliono fare i compagni e le compagne che stasera non partiranno per Genova.

Mi dice sgranando gli occhi che Caterina si è offerta di accompagnarlo a portare i bastoni.

“Ma ti rendi conto, Caterina!”.

Il popolo è con noi, siamo pronti all’assalto. Crediamo…

Caterina, la sua compagna, non è certamente un’autonoma e per anni e anni c’ha sgridato perché facevamo sempre casini su casini, anche quando non ce n’era bisogno. Come quella volta in cui provammo ad attaccare il Bottegone e lei si prese un lacrimogeno in faccia, per la nostra incapacità organizzativa e la nostra avventatezza arrogante.

Stavolta è lei a offrire a Durruti l’aiuto per portare i bastoni.

Il primo a non crederci è Durruti stesso.

L’assassinio di Carlo scuote le coscienze.

A Trastevere alcune centinaia di compagni e compagne manifestano un minimo di rabbia, incendiando cassonetti proprio a due passi da dove fu uccisa Giorgiana. Guidati da quel matto del Ragno appena uscito di galera.

Noi a quell’ora siamo a Tiburtina. In attesa di un treno che parte in ritardo, al punto che temiamo non vogliano farci partire. A questo punto, se ci provano, ci diciamo che occupiamo la stazione e sfasciamo tutto in corteo fino a San Lorenzo.

Ma quante\i saremo a volerlo fare?

Questo cazzo di finto pacifismo ha distrutto il movimento, ‘sto maledetto Bertinotti e chi gli va dietro.

Come cazzo abbiamo fatto a ridurci così?

Almeno Gandhi era un pacifista serio, coerente. Questi fanno i pacifisti ben protetti dalle loro scorte armate fino ai denti, e che cazzo!

Buffoni!

Hanno ammazzato Carlo, come un cane. Lo hanno ammazzato come un cane.

Carlo, fino all’ultimo è rimasto lì davanti, in prima fila.

Durruti me lo ripete come fosse un mantra. Proprio lui che è un ultramaterialista, me lo ripete come fosse un santone indiano.

Poteva succedere a uno di noi, poteva esserci uno di noi al suo posto, mi dice di continuo Durruti.

Perché Carlo si è scontrato da compagno, da militante

Perché Carlo fino all’ultimo è rimasto in prima linea.

Che cosa stiamo facendo?

Dovremmo incendiarla tutta ‘sta città.

Dovremmo travolgerla, la linea rossa, non oltrepassarla, ma travolgerla.

E come i contadini guidati da Gert dal Pozzo dovremmo assaltare il castello, incendiarlo, travolgere tutto.

E’ dal 1977 che la polizia non ammazzava un compagno in piazza.

L’ultima fu Giorgiana ad essere ammazzata in piazza.

Dovremmo dovremmo dovremmo.

Fare di più.

E invece il politicismo di certi idioti che dirigono l’ex movimento antagonista non permette alla rabbia di esprimersi e organizzarsi.

Ma questo non è sufficiente a spiegare perché non riusciamo a distruggere tutto.

Abbiamo paura.

Cazzo diciamolo che abbiamo paura.

Ma anche questo non basta a spiegare perché non assaltiamo sul serio, e non per finta, la zona rossa.

Non ne siamo capaci dentro.

Non abbiamo più quella rabbia e quell’odio di classe che portava i nostri padri e le nostre madri a travolgere la celere proprio qui, a Genova, in un altro luglio. Di tanti e tanti anni fa…

Odio e rabbia

Odio e rabbia

Odio e rabbia

Carlo non c’è più

Carlo non c’è più

Carlo non c’è più

Siamo bardati come fosse inverno, mentre qui fa un caldo pazzesco.

Abbiamo il casco in testa, pantaloni lunghi, maglietta a maniche lunghe, io indosso la mia amata maglietta nera a maniche lunghe della Lewi’s una delle mie preferite di sempre. ci sto morendo dentro, ma almeno mi da la bella sensazione di tenermi al riparo, come una maglia di cotta di mithril…

Abbiamo tutti e tutte anche un giacchetto o una felpa leggera sopra. Per ora legati ai fianchi ma pronti per essere indossati al momento delle cariche e soprattutto quando lanceranno questi nuovi maledetti lacrimogeni urticanti.

Robba da rosolia…

Passamontagna o fazzoletto o alcuni più nostalgici la kefiah.

La maschera antigas al collo, pronta per essere indossata.

Zainetto sulle spalle, bottiglietta piena di soluzione acqua e maalox, limoni, panini e frutta, bottiglie di acqua e materiale da lancio personale, oltre a quello che abbiamo nello zaino collettivo.

Manuel ci rifornisce tutti di guaranà, appena iniziato ad andare di moda dalle nostre parti.

Un sacco di gente ci tira acqua dalle finestre, al punto che dobbiamo fermarli: ormai c’hanno completamente fradiciato, cazzo!

Il corteo è immenso, attraversa il lungomare di Genova in maniera imponente.

Mai vista una cosa simile in vita mia, mai.

Ad un certo punto siamo divisi in due corsie entrambe separate dallo spartitraffico. Ci sorpassano a destra i compagni del blocco anarco-autonomo-squatter. Sono, all’apparenza, molto più cattivi di noi.

Come in parte vorrei che fossimo noi, che fossimo tutti insieme per un unico blocco anarchico-autonomo-antagonista. E invece continuiamo a dividerci anche adesso.

Oliva da lontano mi saluta con un gesto inequivocabile delle mani protese a formare un mezzo cerchio con pollici e indici che si guardano: ….rompiamo il culo !

Ma non capisco se intende romperlo a noi o alle guardie.

Prima o poi glielo devo chiedere e togliermi questo dubbio amletico.

Ci avviciniamo sempre di più alla zona rossa, ci dicono.

Chissà se è vero.

Quindi iniziamo a bardarci completamente.

Il caldo ci ammazza.

Sista si sente male. Quasi cade a terra e la riprendiamo al volo.

Mi stacco dal nostro cordone per portarla all’ambulanza autogestita dei compagni e delle compagne dei Cobas sanità. Dico ai miei compagni e alle mie compagne che torno subito. Dove ci aspetta l’inferno. Una fila lunghissima di gente che si sente male.

Non vogliono farla salire. Gli dico che sta per svenire davvero e che cazzo su!

Niente, non ci sentono da questo orecchio.

Allora metto la spranga sul parabrezza e li minaccio: o la fate salire e la curate al volo oppure ve sfascio l’ambulanza.

La fanno salire.

Con le buone maniere si ottiene sempre tutto.

Ma che figura da stronzo violento che ho fatto. E proprio davanti alla compagna infermiera di Pisa che mi piaceva tanto. Ora torno indietro e le chiedo scusa.

Ma non faccio in tempo.

Parte la carica.

Lontanissima.

E chi li vede i poliziotti da qui.

Ce ne accorgiamo perché la gente inizia a indietreggiare velocemente. Solo che siamo più ammassati che mai al punto che manco cadiamo l’uno sull’altro ma restiamo senza equilibrio, in piedi.

Arriva il solito fumo acre e amaro dei lacrimogeni, che impastato con l’afa fa impazzire.

Non vedo il mio cordone.

Non vedo il mio spezzone.

Adesso la gente scappa davvero, indietreggia sul lungomare e inizia a buttarsi sulle via laterali.

Cazzo mi sono perso i miei compagni e le mie compagne.

Cristo de ddio no!

Mi sono perso i miei compagni.

Manco l’ambulanza vedo più.

Sista non la vedo.

No! No! No!

Devo ritrovare Sista e poi riunirci insieme ai compagni e alle compagne di Magliana.

Iniziamo a cadere su noi stessi.

Iniziamo a indietreggiare in maniera incasinata.

Si apre uno spazio enorme.

Davanti a noi un’infinità di poliziotti.

Davvero, un’infinità.

Mi ritrovo in prima fila.

In prima fila.

Non capisco come e perché ma mi ritrovo in prima fila.

Molti gruppi di compagni hanno prese le strade laterali. La corsia alla nostra destra dove si trovavano i cosiddetti neri ora è semivuota.

Ci siamo noi del Network che proviamo a resistere.

Su questo cazzo di lungomare lunghissimo e larghissimo a fronteggiare un battaglione di celerini enorme.

Ci siamo noi.

Con Peppe e gli altri autonomi romani de Roma. Come ai bei tempi degli anni ’90.

“Daje compa’, daje. Resistemo nun indietreggiamo forza!”

C’è un’atmosfera strana.

Da grande battaglia, che non si farà.

Almeno qui non si farà.

Mi sento come un fantasma che si aggira nella terra di nessuno.

Avanzo staccandomi dalla prima fila e mi ritrovo immerso in una nuvola bianca di gas lacrimogeno.

A me sembra che sta cazzo di maschera antigas non serva a nulla.

Me la tolgo e mi butto l’acqua sul viso. E poi tanto ma tanto limone.

Non respiro.

Mi sento come un fantasma. Cammino tra il fumo come un fantasma.

Adesso li vedo, parte la carica uomo a uomo.

La loro caccia.

Indietreggio cercando di ritrovare la nostra prima fila, tiro qualche sasso e qualche bottiglia ma vestiti da robocop come sono non credo che gli faccio nulla, pure se li pijo.

Adesso caricano a fondo.

Vogliono farci indietreggiare velocemente, spazzarci da questo tratto del lungomare.

Adesso gli do le spalle e corro sul serio.

Cado per terra come al solito, quasi in ginocchio e c’ho un battaglione infinito di celerini alle spalle

Ninuccio me tira su e me porta via.

Non smetterò mai di ringraziarlo. Mai.

Indietreggiamo ancora.

Ho sbagliato spezzone.

Dovevo andare coi black bloc, questo nostro spezzone è ormai rammollito, diviso, senza la giusta rabbia e organizzazione. Me lo ripeto come un mantra mentre torniamo indietro verso il campeggio.

Non vedo i miei compagni, non li vedo e non li trovo più.

Incontro un po’ di compagni e compagne dell’università.

C’è un atmosfera surreale.

Passiamo davanti a una caserma dei carabinieri sulla via del ritorno.

Qualcuno tira sassi e bomboni ma niente di più.

Dovremmo assaltarla tutti e tutte insieme!

E invece un sacco di compagni e compagne si mettono a inveire contro chi tira sassi e bomboni, li spintonano, gli urlano di uscire dal corteo.

Ma se semo impazziti?! Ma che cazzo state a fa’?

Quelli hanno ucciso Carlo, ferito centinaia di manifestanti e voi ve permettete di attaccare chi giustamente ha ancora voglia di esprimere la propria rabbia?

Finisce tutto così.

Senza vendetta e come se nulla fosse accaduto.

Carlo è morto invano.

Sui binari di Brignole arriva una strana notizia.

Pare che la polizia giri con dei sacchi neri per la città.

No, non è possibile. Non facciamo girare questa false notizie di guerra, non mandiamo in giro voci che potrebbero scatenare ulteriore panico, dopo questo stato di calma apparente.

Pare che la polizia sia andata al Media Center. Chissà se è vero.

Mi sembra impossibile, ma che continuano a darci la caccia?

Sembrava tutto finito…

Guardo Stecco e gli dico che dobbiamo serrare le fila.

Abbiamo paura.

Siamo circondati e tenuti d’occhio, a distanza.

“Dobbiamo riportare a casa la pelle”.

 

tratto da “Scontri di piazza” di Marco Capoccetti Boccia, Lorusso Editore, Roma 2012.

 

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Un fiore per Carla

2 anni fa se ne andava per sempre Carla Verbano

Una vita spesa a cercare verità e giustizia per suo figlio Valerio, assassinato dai fascisti il 22 febbraio 1980.

Una vita spesa a sostenere le lotte antifasciste dei compagni e delle compagne.

Giovedi 5 Giugno alle ore 19, in via Monte Bianco, la ricorderemo portando un fiore,  leggendo le parole del suo bellissimo libro Sia Folgorante la fine, ricordando le sue parole, che ci hanno sempre spronato a combattere contro ogni fascismo, giorno dopo giorno, perché la memoria è un ingranaggio collettivo.

Con Carla nel cuore, per sempre.

Un fiore per Carla

https://www.facebook.com/events/313884088736287/

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Ciao Carla

Ciao Carla

anche quest’anno abbiamo mantenuto la promessa

Siamo scesi in piazza a migliaia, forse in un numero così imponente come mai prima di oggi

Abbiamo tappezzato la città con manifesti e scritte con il nome di Valerio per settimane

Molti di questi i fascisti ce li hanno strappati, ma noi abbiamo strappato i loro.

Senza paura ma con tanta rabbia.

Con te nel cuore.

Come dei ragazzini che giocano alla guerra?

Forse, ma non me ne frega gniente di quello che direbbero pennivendoli e politicanti.

Siamo scesi in piazza per chiedere con forza e determinazione la liberazione di Chiara, Claudio, Mattia, Niccolò. Accusati di terrorismo, come lo fu il tuo Valerio, 35 anni fa.

Siamo scesi in piazza anche per loro, lo avrebbe fatto anche Valerio, ne sono sicuro.

Noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo

Non lo hai fatto tu, non possiamo farlo noi.

C’erano un sacco di compagne e compagni lo scorso sabato al Tufello. E a Val Melaina e a Montesacro.

Abbiamo fatto il percorso lungo. Quello del trentennale, solo che stavolta siamo tornati in via Montebianco invece che fermarci a piazza Sempione.

Com’è giusto che sia, secondo il mio modesto parere.

Com’è giusto che sia, secondo il cuore e la rabbia, non secondo la testa.

Ti sarebbe piaciuto un sacco quel corteo, Carla.

C’erano bandiere rosse e bambini.

C’era tamburi e fumogeni, c’erano tre generazioni di compagne e compagni.

C’eri tu con noi, in ogni passo, in ogni slogan.

Valerio vive, la rivolta continua.

Ciao Carla, ci manchi un sacco

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28 Febbraio 1978: l’assassinio di Roberto Scialabba. Non dimentichiamo, non perdoniamo

Il 28 febbraio 1978 i fascisti dei NAR assassinano Roberto Scialabba, militante comunista.

 

Un mese e mezzo dopo la strage di Acca Larentia un gruppo di neofascisti si presenta a Cinecittà alla caccia dei compagni.

 

Sono i fratelli Fioravanti, Anselmi, Alibrandi, Pedretti, Rodolfo, Bianco e Cordaro. Si incontrano al bar del Fungo, quartiere Eur, noto ritrovo dei fascisti. È anche la notte in cui ricorre l’anniversario della morte di Mikis Mantakas, avvenuta il 28 febbraio del 1975. Il gruppo dei NAR si è procurato nuove armi nel pomeriggio ed è determinato a vendicare i quattro morti neofascisti con un’unica azione esemplare: colpire le case occupate di Via Calpurnio Fiamma dove, secondo quanto riferito a Valerio Fioravanti da Dario Pedretti, sono partiti gli autori della strage di Acca Larentia1.

 

“Uscito dal carcere, Dario Pedretti mi dice: «Dentro mi hanno dato una dritta. Dicono che a sparare ad Acca Larenzia sono stati i compagni del centro sociale di via Calpurnio Fiamma»2.

 

L’occupazione di Via Calpurnio Fiamma era già stata sede di un attentato il 27 gennaio, venti giorni dopo la strage di Acca Larentia, quando un ordigno esplosivo ne aveva distrutto il portone.
Quando il gruppo dei NAR arriva in Via Calpurnio Fiamma scopre che l’occupazione era stata già da qualche mese sgomberata e sigillata dalla Polizia. Per questo decide di ripiegare su Piazza Don Bosco, notoriamente frequentata da militanti e simpatizzanti di sinistra. Qui si ferma perché vede un gruppo di ragazzi «vestiti da compagni», così parcheggiano l’Anglia Ford della madre dei fratelli Fioravanti e la 127 di colore bianco di Rodolfo, lontano dalla piazza, mentre la Fiat 132 di Cordaro viene parcheggiata nei giardinetti adiacenti alla piazza con la targa coperta. Cristiano Fioravanti spara alcuni colpi contro Nicola Scialabba, ferendolo gravemente, mentre Valerio Fioravanti spara contro Roberto Scialabba, ferendolo e atterrandolo, e poi si siede a cavalcioni sopra di lui e gli spara il colpo mortale in testa.
Anche nelle parole scritte dal missino Nicola Rao trasuda la vigliaccheria e l’infamia di questo omicidio:

 

“Verso le 21.30 un convoglio di tre macchine lascia il Fungo: direzione sud-est. Le auto sono la solita Ford Anglia di proprietà della madre dei Fioravanti, la 127 bianca di Massimo Rodolfo e la Fiat 132 color oro che Paolo Cordaro ha preso al padre, a sua insaputa. Arrivati davanti al centro occupato di via Calpurnio Fiamma, i giustizieri neri scoprono che la polizia l’ha sgomberato. Ma ormai la macchina della vendetta è partita e non si può fermare. Così, cominciano a girare per le vie del quartiere e arrivano a piazza Don Bosco. Al centro dello spiazzo ci sono cinque o sei ragazzi con un look inequivocabilmente da “zecche”. Valerio dice: «Vendichiamoci su di loro». L’Anglia e la 127 vengono parcheggiate a un chilometro di distanza, con Cordaro, Pedretti e Rodolfo di guardia, mentre Valerio, Cristiano, Anselmi e Alibrandi salgono tutti sulla 132 guidata da Bianco. Arrivati nei pressi della piazza, Bianco e Alibrandi aspettano in macchina, i fratelli Fioravanti e Anselmi scendono, corrono incontro ai compagni e comincia il tiro al piccione. Anselmi ferisce Roberto Scialabba, contro il quale spara due colpi anche Valerio. Il compagno cade a terra, Valerio lo tiene fermo con un piede e lo finisce, mentre Cristiano colpisce due volte un altro compagno: Nicola Scialabba, fratello di Roberto. Sono le 23.15 del 28 Febbraio 1978. Poco dopo le solite telefonate di rivendicazione ai giornali. Compare per la prima volta una nuova sigla. Dice un fascista al centralino:

 

Onore ai camerati assassinati. Vendicheremo i camerati assassinati in via Acca Larenzia. Sangue chiama sangue… Nuclei Armati Rivoluzionari3.

 

In realtà la prima telefonata di rivendicazione all’Ansa, dagli atti giudiziari risulta essere, a nome della Gioventù nazional-rivoluzionaria e non NAR .

 

Francesco Bianco, fascista dei Nar, recentemente venuto alla ribalta per la squallida vicenda delle assunzioni farsa all’Atac e per gli insulti agli studenti del movimento dell’Onda e alla comunità ebraica, dichiarò a Rao che:

 

“Io guidavo una delle auto. Valerio ci portò in via Calpurnio Fiamma. Era una casa occupata, ma quando arrivammo era vuota, i compagni l’avevano abbandonata. Allora cominciammo a girare per il quartiere. La macchina era di uno che stava con noi e l’aveva presa al padre a sua insaputa. Così cercai di coprire la targa con un foglio di giornale. Ma in realtà ‘sto foglio svolazzava, quindi i numeri si leggevano bene. Per fortuna era buio. Parcheggiai a un centinaio di metri da un gruppo di ragazzi, seduti su una panchina. Gli altri sono scesi, si sono avvicinati e hanno cominciato a sparare. Mi ricordo che a Franco si inceppò una pistola, così tornò di corsa alla macchina, io gli diedi la mia, lui tornò là e riprese a sparare…”4.

 

Inizialmente la Polizia segue incredibilmente la pista della droga, così come farà anche per la vicenda di Fausto e Iaio, e le indagini restano ferme a questa ipotesi per anni, nonostante il fratello e i compagni di Roberto Scialabba avessero da subito indicato nei fascisti la matrice assassina. Nonostante Lotta Continua fin da subito inizierà a pubblicare articoli e lettere in cui si evidenzia chiaramente la matrice fascista.

 

La verità verrà fuori solo in seguito alla confessione di Cristiano Fioravanti al Giudice Istruttore del 12 marzo 1982, confermata dalle dichiarazioni dei suoi camerati dei NAR, Walter Sordi e Stefano Soderini, ma anche da quelle dello stesso Valerio Fioravanti, in seguito alla chiamata in correo dei suoi complici.

 

A seguito delle dichiarazioni degli ex-NAR, perfino la Corte d’Assise riconoscerà che è stata seguita per anni una pista completamente sbagliata:
“La Polizia brancolava nel buio perché riteneva che a commettere il delitto fossero stati alcuni drogati. Avevano visto giusto, invece, i comunisti del quartiere, insistendo sulla matrice fascista del crimine”5.
La fuorviante pista della droga viene seguita dagli inquirenti nonostante l’assassinio fosse stato rivendicato dalla sigla Gioventù Nazional Rivoluzionaria all’ANSA e a diverse redazioni di quotidiani.

 

Perché la Polizia non indagò subito verso la pista neofascista?

 

Perché l’omicidio non fu rivendicato dalla sigla NAR ma da altre, sigle per così dire semisconosciute?

 

Quello che si può dire, in merito a quest’ultimo interrogativo, è che l’uso di sigle diverse è una pratica che i NAR hanno adottato per diversi omicidi al fine di depistare le indagini.

 

Un caso esemplare è quello dell’omicidio dell’agente di Polizia Maurizio Arnesano, avvenuto nel 1980 per mano di Valerio Fioravanti e Giorgio Vale. L’omicidio fu due volte rivendicato a
nome di Prima Linea, un espediente che, a detta dello stesso Valerio Fioravanti, serviva a confondere gli inquirenti e ad alimentare l’odio contro le organizzazioni armate di sinistra6.

 

Avvenne anche per l’omicidio di Valerio Verbano, la cui prima rivendicazione, a nome del Gruppo Proletario Organizzato Armato, accusava Valerio di essere un delatore al fine di depistare le indagini7.

 

 

Lotta continua del 3 marzo del 1978 riporta le parole dei compagni di Cinecittà:

 

“Roberto era uno dei tanti giovani proletari che vivono nel quartiere ghetto di Cinecittà. Ultimamente non era mai mancato a tutte le manifestazioni indette dal movimento, per i compagni uccisi e contro il confino. Frequentava non assiduamente piazza Don Bosco. Dove si recava per salutare gli amici e farsi uno spinello in compagnia. Il suo passato è quello di molti giovani proletari, con tutte le sue contraddizioni. Come tanti anche lui era stato imprigionato nelle carceri di Stato per furto, uscito dal carcere si è ritrovato assieme ai compagni della sezione di Lotta continua, vivendone tutte le crisi e le gioie sino al suo scioglimento. Rimasto nel movimento aveva partecipato all’occupazione dello stabile di via Calpurnio Fiamma. Roberto era un compagno che lottava, come tutti noi, contro l’emarginazione che Stato e polizia gli imponevano. E’ caduto da partigiano sotto il fuoco fascista e non permettiamo a nessuno di infangare il nome, la vita, la militanza di Roberto con accuse infamanti che tendono a criminalizzare la lotta di classe”8

 

 

 

Venerdi 28 Febbraio bandiere rosse al vento, uccidono un compagno ne nascono altri cento!

 

 

Roberto Scialabba: ucciso dai fascisti, dal 1978 non dimentichiamo e non perdoniamo.

VENERDI’ 28 FEBBRAIO 2014

ORE 15.00 La memoria non si cancella, un murales per Roberto (via Calpurnio Fiamma 136)

ORE 16.30 CORTEO DI QUARTIERE (partenza da via Calpurnio Fiamma 136)

ORE 17.00 Un fiore per Roberto (P.zza Don Bosco)

 

 

1Cfr, Marco Capoccetti Boccia, Valerio Verbano una ferita ancora aperta, Castelvecchi, Roma, 2011, pag. 100

 

2Cfr. Nicola Rao, Il Piombo e la celtica, Sperling e Kupfer, Milano, 2009, pag. 160

 

3Cfr. Nicola Rao, Il Piombo e la celtica, Sperling e Kupfer, Milano, 2009, pag. 161

 

4Cfr. Nicola Rao, Il Piombo e la celtica, Sperling e Kupfer, Milano, 2009, pag. 162

 

5Archivio del Giudice Istruttore, Tribunale di Roma, fasc. 589/80A , Proc. Pen. n. 4/83 contro Fioravanti Valerio e Cristiano, Pedretti, Rodolfo, p. 22.

 

6Cfr. Nicola Rao, Il Piombo e la celtica, Sperling e Kupfer, Milano, 2009, pp. 253-255

 

7Cfr. Marco Capoccetti Boccia, Valerio Verbano. Una ferita ancora aperta, Castelvecchi, Roma, 2011, pp. 234-235

 

8Lotta continua, L’assassinio di Roberto è un delitto politico, 3 marzo 1978

 

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Perché scendere in piazza il 22 Febbraio?

Perché scendere ancora in piazza il 22 Febbraio?

 

 

No, non è una domanda retorica.

 

E’ una domanda che mi sto ponendo spesso in questi giorni, soprattutto per cercare di spiegare a chi è stanco, a chi non ha quasi mai partecipato al corteo del 22 febbraio, a chi verrà per la prima volta, i motivi, le ragioni, per cui vale la pena, anzi no, è necessario, scendere in piazza, ancora una volta, il 22 Febbraio.

 

 

Sono ormai passati 34 anni da quel 22 febbraio del 1980, dal corteo che attraversò le strade di Val Melaina e del Tufello, le stesse che attraverseremo sabato prossimo.

 

Sono passati 34 anni da quel triste e arrabbiato corteo che attraversò le strade di Roma a poche ore dall’infame assassinio di Valerio Verbano.

 

 

34 anni fa quando si diffuse la notizia che spararono a Valerio, immediatamente accorsero in Via Monte Bianco decine di persone, tanti amici e compagni. Gli studenti dell’Archimede si riunirono davanti ai cancelli della scuola, si formarono capannelli silenziosi e rotti dalle lacrime e altri, più rumorosi, formati da persone che iniziarono a fare scritte sui muri e preparare striscioni per la manifestazione immediatamente autoconvocata in Piazzale degli Euganei, nel centro del quartiere Tufello.                                                                                      Molti altri si riunirono davanti alle sedi politiche del quartiere e preparano anche qui manifesti e striscioni con sopra scritto UCCISO DAI FASCISTI IL COMPAGNO VALERIO VERBANO. NON BASTERANNO CENTO CAROGNE NERE PER VENDICARLO che vengono appesi sui muri del quartiere. I compagni e le compagne di Valerio indicarono immediatamente la matrice fascista come unica possibile.                                                               La sera prima, nel quartiere di Cinecittà, un commando neofascista aveva ferito con un colpo di pistola alla testa un militante dell’organizzazione Lotta Continua per il comunismo, così come rivendicato poi dagli stessi NAR nel comunicato numero due, quello del martello di Thor, quello della “pistola lasciata nell’appartamento” come scrissero beffardamente.                                                                                                                                           Alle cinque del pomeriggio un corteo di centinaia di studenti partì dal liceo Archimede, al Nuovo Salario, e arriva a Piazzale degli Euganei. Ad attenderli c’erano migliaia di persone. Le radio del Movimento avevano dato subito la notizia dell’assassinio per mano fascista di un compagno, e invitato tutti i militanti di sinistra a recarsi presso il Tufello per un’immediata mobilitazione. La Polizia giunse in gran forze e vieta lo svolgere della manifestazione, puntando decine di fucili con i lacrimogeni contro i manifestanti. Solo la decisione di autorizzare la manifestazione all’ultimo momento evitò gli scontri di piazza.

 

 

Gli scontri ci furono il giorno dopo, fuori dall’università, con l’assalto alla sede del Msi di via Pavia, ci saranno il pomeriggio a Prati dove un compagno viene ferito da un carabiniere.

 

Gli scontri ci furono il 25 febbraio, giorno del compleanno e del funerale di Valerio.

 

Quel giorno gli agenti del commissariato di San Lorenzo spararono perfino dalle finestre del loro infame “posto di lavoro” contro i diecimila compagni venuti a dare l’ultimo saluto a Valerio.

 

 

Il 22 ottobre a 8 mesi dal suo infame assassinio, veniva messa la lapide in ricordo di Valerio Verbano in via Monte Bianco. La lapide ove ogni 22 febbraio ci ritroviamo per ricordare Valerio, La lapide più volte imbrattata, distrutta, da quegli stessi fascisti che parlano di rispetto per i morti…
La lapide rossa, protetta da due bandiere rosse ai lati.

 

Anche quel giorno la Questura vieta ogni manifestazione ma gruppi di compagni si autoconvocano e attaccano in diversi punti della città le sedi della Democrazia Cristiana, del Msi, le forze dell’ordine.
Una settimana esatta dopo la sistemazione della lapide, viene recapitata a Sardo una missiva anonima di minacce e la lapide viene imbrattata. Non è il primo né sarà l’ultimo sfregio che verrà compiuto ai danni della lapide.

 

 

Per i primi anni ’80, ci sarà divieto di manifestare oltre Via Montebianco e causa anche la debolezza del Movimento saranno poche le iniziative di lotta per ricordare Valerio ma ogni anno, per oltre dieci anni si farà sempre l’assemblea cittadina degli studenti medi al Liceo Archimede e la mobilitazione sotto la lapide fino a quando a metà anni ’80 verranno nuovamente autorizzati i cortei per le strade del quartiere.

 

Poi vennero gli anni 90 anni difficili per alcuni versi, che si aprirono con il grande corteo del decennale, quando una nuova generazione di militanti, cresciuti nel Movimento della Pantera, partecipa al corteo.

 

A cui seguirono cortei anche tesi, con fascisti e fascistelli che si affacciavano ai lati degli stessi cortei per provocare, insultare, forti della rinascita delle organizzazioni, delle idee e pratiche razziste e fasciste perfino nei quartieri proletari. Erano gli anni della crescita del Msi prima e di Alleanza Nazionale poi, dei naziskin, di Movimento politico e Meridiano Zero.

 

A volte, anche in pochi siamo scesi in piazza per ricordare sempre e comunque Valerio, la sua lotta, il suo antifascismo…

 

 

E poi gli anni delle parole di Carla, forti e vibranti, che hanno fatto venire in piazza anche chi non c’era mai stato. Gli anni dell’occupazione della Palestra Popolare intitolata a Valerio, nel cuore del Tufello, gli anni dei cortei di massa, come mai lo erano stati prima, gli anni in cui vecchie e nuove generazioni si sono ritrovate a migliaia e migliaia in Via Montebianco.

 

 

Oggi scendere in piazza, ripercorrere per l’ennesima volta le strade di Val Melaina, del Tufello, di Montesacro ha un senso ancora forte, ne sono sicuro.

 

Ha il senso della nostra storia, una storia piccola all’interno di una molto più grande. Ha il senso della memoria, di quella memoria di parte, faziosa, che i fascisti e lo stato hanno cercato di distruggere, silenziare, annichilire, senza riuscirci affatto.

 

Le persone che partecipano al corteo del 22 Febbraio aumentano, non diminuiscono…

 

 

Qualcuno dice che senza Carla la manifestazione ormai rischia di perdere di senso.

 

E perché mai?

 

Si scendeva in piazza prima, anche quando, come Carla raccontava spesso, nessuno la intervistava e dava risalto alle sue parole, si scende in piazza oggi, quando le sue parole sono scolpite nelle coscienze di tutte\i noi

 

L’assenza di Carla non può che dare la forza a che le ha voluto bene di continuare la lotta, per non tradire una promessa.

 

 

Quest’anno poi ci sono mille motivi in più per cui è giusto e necessario scendere in piazza.

 

Quest’anno il 22 Febbraio è la giornata di mobilitazione nazionale NO TAV in solidarietà per Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò da quasi 3 mesi in isolamento nelle prigioni della Repubblica antifascista nata dalla Resistenza.

 

Come lo fu Valerio Verbano, antifascista militante.

 

 

Valerio scenderebbe in piazza per loro.

 

 

 

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Fight Club a Ostia…

A Ostia i compagni sono ormai ridotti al minimo, accerchiati dalla vecchia e rinata Banda e dai fascisti più zozzi della città, quelli dei cani e delle stragi.

Gli ultimi ribelli del Lido si sono concentrati nella vecchia nuova Ostia, a piazza Gasparri, dove, fra una palestra sgangherata e qualche serranda ancora aperta sotto le vecchie case occupate, riescono ancora a riunirsi e difendersi.

Prima della fine devo proprio fare un salto da questi giovani compagni, che ancora resistono. Puliti.

Fra l’altro sono gli unici che continuano con questa cazzo di storia del Fight Club…

Proprio non capisco come cazzo gli vada di continuare ‘sta storia del Fight Club.

O forse sì, lo capisco benissimo, ma non voglio ripercorrere quella strada. Non voglio appoggiargliela pubblicamente, sul serio…

Sono stati abbandonati dai vecchi compagni e allora si son giocati il tutto per tutto, e fino a oggi gli dice bene. Resistono appena, ma resistono.

Come i partigiani in quel maledetto autunno di quel cazzo del 1944.

Organizzano incontri in piena notte, proprio come vuole l’antica tradizione, scommettono soldi e armi per difendere il loro piccolo territorio, rendendolo invalicabile.

Jimmy, con quella faccia da schiaffi che s’aritrova, si trova spesso al centro del Fight Club di Piazza Gasparri. Vengono da tutta Ostia e dintorni per sfidarlo, per batterlo, per vincere la sua cinta dei vecchi 501 e abbattere così l’ultimo muro a difesa della libera repubblica marinara di Ostia.

Una di queste sere voglio proprio andare a vederlo combattere, di nuovo, per l’ultima volta…

Prossimamente in “Guerra fra bande” di Marco Capoccetti Boccia

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“Valerio…non un nome su una via ma su tutte le piazze e su tutte le vie”

Venerdì 21 Febbraio alle ore 19 La Libreria Antigone organizza una serata in memoria di Valerio Verbano, militante comunista assassinato dai fascisti il 22 febbraio 1980.

Parole, letture, proiezioni di foto e filmati per ricordare Valerio, a 34 anni dal suo assassinio, in vista del corteo cittadino del 22 Febbraio che quest’anno coincide con la giornata di mobilitazione NO TAV in solidarietà a Chiara, Claudio, Nicco, Mattia detenut@ da oltre un mese con l’infamante accusa di terrorismo nelle prigioni di stato.

Qui di seguito il comunicato cittadino per il corteo del 22 febbraio

22.02.1980 – 22-02-2014

Valerio vive, la rivolta continua!

Il nome di Valerio Verbano, trentaquattro anni dopo il suo assassinio, continua a suscitare emozione.
Dire che Valerio vive nelle lotte giorno dopo giorno non è retorica, è davvero così, a Roma e non solo. La storia di Valerio continua essere un’arma in più per cambiare l’esistente, per resistere alla crisi, a partire da un’idea di antifascismo fatto di pratiche sociali e culturali, progetti di autoformazione e di sport popolare, ma allo stesso tempo capace in questi anni di confrontarsi senza paura nelle strade con i rigurgiti delle organizzazioni neofasciste.

Siamo andati in questi anni su e giù per l’Italia a raccontare la sua storia, spesso con Carla, e ogni volta l’abbiamo ritrovato, risentito il nome di Valerio in ogni manifestazione antifascista, nelle battaglie antirazziste e antisessite, nelle scuole e nelle università occupate, in ogni spazio liberato, su ogni barricata.

Anche quest’anno abbiamo deciso di ricordare Valerio con un corteo che sarà anche un momento di lotta, senza liturgie o celebrazioni, per tenere uniti i fili rossi del conflitto. In piazza ci saranno in prima fila gli studenti e le studentesse, poi le lotte che stanno attraversando la città di Roma in questi mesi, le realtà dello sport popolare e dell’autogestione. Sul camion saranno con compagni di strada e artisti tra cui i 99 Posse e gli Assalti Frontali.

La manifestazione coinciderà con la giornata nazionale di mobilitazione dislocata lanciata dalla Val Susa contro il Tav, in difesa dei territori e per chiedere la liberazione dei quattro attivisti detenuti con l’accusa di terrorismo. Una lotta e un appello che non possiamo non fare nostro facendolo vivere dentro la manifestazione romana.

Saremo in strada con Carla nel cuore perché la sua assenza, dopo anni di battaglie fianco a fianco, di discussioni e di abbracci, è un vuoto che ancora non riusciamo a colmare.

le compagne e i compagni di Valerio

22 febbraio 2014
via Monte Bianco

ore 16,00 un fiore per Carla e Valerio
ore 17,00 corteo

 

Valerio 2014

Qui il link alla mostra dei manifesti dedicati a Valerio Verbano in oltre 30 anni di memoria e lotta

http://ramingo.noblogs.org/valerio-non-un-nome-su-una-via-ma-su-tutte-le-piazze-e-su-tutte-le-vie/

 

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